Recensioni

7.3

Matt Elliott è uno di quei musicisti che riescono ad attrarre l’attenzione pur non facendo mai nulla di realmente innovativo rispetto a un immaginario personale già ampiamente circoscritto negli anni. Gli elementi comuni a tutti i suoi dischi si potrebbero ridurre a una chitarra acustica in fingerpicking, quella splendida voce cavernosa à la Leonard Cohen che la natura ha pensato bene di donargli e che lui usa con parsimonia ma nei momenti giusti, accordi in minore o in settima magari su aromi iberici quando non proprio mediorientali, e generose spruzzate di malinconia sottolineate anche da irrequieti dettagli sonori sovraincisi (ad esempio il vento della The Calm Before del disco precedente o i suoni “disturbanti” sullo sfondo della qui presente Guidance Is Internal).

Eppure, disco dopo disco, la somma degli addendi non dà mai lo stesso risultato: Elliott continua a rovistare in quella mansarda della nostalgia più nera che è la sua testa per trovare ogni volta un buon motivo per essere necessario, oltre che benvenuto, nonostante premesse stilistiche che porterebbero chiunque altro sul baratro della banalità. Spesso è solo una questione di piccoli accorgimenti che però diventano fondamentali, ad esempio un leggero cambio di velocità o un’apertura melodica che ti spezza il cuore (The Day After That), archi che generano un improvviso momento di sospensione (il valzer di Hating The Player, Hating The Game) o fumosi sussurri sullo sfondo (Aboulia), un crescendo inaspettato e fantasmatico (una Can’t Find Undo che piacerebbe a Marissa Nadler) o magari l’eco di una voce che finisce per sbocciare in una sorta di droning (una Crisis Apparition che il Teho Teardo di Ellipses dans l’harmonie potrebbe apprezzare). Gestito alla perfezione grazie a un invidiabile equilibrio tra le parti strumentali garantito dagli splendidi arrangiamenti di David Chalmin ma anche dal violoncello di Gaspar Claus e dal basso di Jeff Hallam, tutto questo contribuisce a rendere brani avvolti in un minimalismo ricercato, piuttosto imprevedibili e dunque degni d’attenzione.

Il Matt Elliott della maturità, rispetto ad esempio a quello di dischi come Drinking Songs, è un abile artigiano capace di modellare a suo piacimento il flusso musicale e la complessità correlata allo stesso, mantenendo una buona fluidità di fondo e indirizzando il suono dove più gli aggrada. È un continuo soppesare i pieni e i vuoti, le virgole e i punti esclamativi, le escursioni dinamiche e la veemenza, magari con l’aiuto di qualche nota sparsa di pianoforte. E sempre senza perdere concretezza e visione di insieme, anzi migliorando di volta in volta da questo punto di vista. In conclusione, Farewell To All We Know è l’ennesimo, bellissimo disco di Matt Elliott, forse persino superiore all’ultimo – e già notevole – The Calm Before. Chi ha sempre seguito il musicista, troverà buonissimi motivi per farlo ancora; chi non lo conosce, si innamorerà all’istante di questo inglese di Bristol dai gusti musicali atipici.

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