• Ott
    28
    2013

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Ici d’ailleurs

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“Emotions are no longer opposed, they complement in the most beautiful way”. Stupisce un po’ il modo in cui Matt Elliott parla del suo ultimo album, Only Myocardial Infarction Can Break Your Heart. Un disco che, già dal titolo, ci fa ritrovare il cantautore di Bristol e fondatore dei Third Eye Foundation diverso dal passato, o, semplicemente, appena appena emerso da quelle nebbie oscure che fin da The Mess We Made avevano popolato il suo immaginario di musicista e cantastorie. Una figura alcolica, profonda e inafferrabile che, come poche altre all’interno dell’aristocrazia folk contemporanea, ci aveva abituati ad una sequenza di dischi intrisi, tutti, di malinconica solitudine e personale fallimento.

Dunque, le emozioni non lottano più tra di loro, ma si fondono in una nuova ed eterna bellezza. Ma non confondiamoci, o meglio, non cadiamo nella trappola di una metamorfosi che probabilmente non avverrà mai: dopo sei album, Matt è ancora un abitatore del crepuscolo, un personaggio che continua a vivere in luoghi di tenebra e caverne, ma che – forse – ha deciso di venire a patti con i suoi fantasmi, di allentare il nodo della propria, spietata lucidità, per darsi modo di respirare e di trovare sollievo in primo luogo da se stesso. Così, le sette canzoni di Only Myocardial Infarction Can Break Your Heart – ad esclusione dei due remix finali targate Third Eye Foundation, All Of Our Leaders Are Sociopathic e I’ll Sleep When You’re Dead, probabilmente da considerarsi come appendici esterne al disco – non hanno perso nulla dell’essenza passata, semmai raccontano una parabola diversa, quella di un uomo che dopo anni di inquietudine e isolamento è riuscito a trovare un fragile equilibrio. Sembrano lontane, anche se non affatto dimenticate, le raggelanti e tormentate auto-analisi della trilogia fondata sulle Drinking, Failing e Howling Songs, per dare spazio, a una sorta di perdono e consapevolezza che rendono ogni brano la pietra miliare di un ideale cammino di caduta e redenzione.

Se nell’ultimo The Broken Man ci erano state offerte le viscere di un’anima sgretolata, di cui non rimaneva altro che raccogliere e custodire gelosamente i resti, stavolta lo spirito appare, se non ancora in pace, per lo meno sospeso nel limbo della tregua, quasi a voler intravedere una flebile speranza. Non è un caso, quindi, che il Nostro abbia deciso di affidare ai 17 minuti di The Right To Cry il compito di proseguire il racconto: una galleria sonora in cui si mescolano, al solito, arpeggi di chitarra e l’inconfondibile baritono, un viaggio in cui si cambia rotta a metà strada, sterzando su territori psych e avant che riconducono ad una spettrale amarezza acustica – in cui riecheggiano tanto l’alcolico “maledettismo” blues quanto la polvere morriconiana dei dischi precedenti –, per esplodere su un finale di convulsioni elettriche. Atmosfere lontane dalla successiva Reap What You Sow, sorta di ninna-nanna acustica in perfetto contrasto con la rauca profondità della voce: un brano quasi cullato, sospeso tra gli strumenti leggeri che l’accompagnano (per la prima volta troviamo anche una band), e che è un primo segnale di quella relativa leggerezza che anima il disco. Pur trattandosi ancora di canzoni che seguono dall’inizio alla fine lo spleen di uno spirito quanto mai errabondo e meditativo, Elliott fa emergere un nuovo lato di sé deciso a cominciare un nuovo percorso, musicale e presumibilmente umano. Ne sono prova pezzi più “leggeri” come la strumentale I Would Have Woken You With This Song o il dolente flamenco di Again, che si ricollega alle stesse radici arcane e primordiali dell’opening track, a voler ribadire lo stretto legame che il cantautore ha sempre intrecciato con il folk europeo, in tutte le sue declinazioni e latitudini. Elemento sottolineato anche dall’incedere sensuale e spagnoleggiante di Prepare For Disappointment, altro esempio di quella vena maudit, esistenziale ed individuale a cui ci eravamo abituati già ai tempi di Drinking Songs.

Matt Elliott è tornato, e tutti ci aspettavamo niente di meno che un album che lo riconfermasse come poeta unico ed indecifrabile: un disco eccezionale e complesso, per un autore fedele soltanto a se stesso, legato alla tradizione folk-cantautorale, ma in grado di esprimere tutte le sfumature di un sé in continua evoluzione. Rivolto verso i suoi sentieri oscuri, Only Myocardial Infarction Can Break Your Heart oscilla tra passato e futuro, con la sola, apparente consapevolezza che catturare l’ineluttabile bellezza della musica antica sia l’unico scopo del presente.

13 Novembre 2013
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Matt Elliott

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