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Nessuno fa cinema come Matteo Garrone. Il suo è un lavoro che parte quasi sempre da un’immagine, una sensazione, una tendenza o dai volti “antichi” dei suoi attori, capaci come da nessun’altra parte di ricreare un ambiente ormai relegato soltanto alla nostra fantasia. Perché in fin dei conti, Garrone è sempre ancorato all’elemento favolistico di ciò che vuole raccontare, e perfino in quello spaccato iperreale che era Gomorra si conservavano i semi di un racconto dell’orrore. Dogman non fa eccezione. A tre anni di distanza dall’approdo al fantasy vero e proprio (Il racconto dei racconti), si ritorna nel sottobosco della periferia italiana, fatta di spiagge desolate, piccole attività commerciali, popolata da uomini piccoli e invisibili, del tutto marginali nei confronti di un’Italia che continua a vivere nell’indifferenza.

Nella vicenda di Marcello – tratta liberamente dall’omicidio del Canaro della Magliana, vero fatto di cronaca avvenuto a Roma nel 1988 – Garrone descrive la brutalità quotidiana e il totale abbrutimento della società attraverso una parabola umana straziante, dove ad attimi di dolcezza e candore sono alternati momenti tesissimi in cui emergono gli orrori di un girone infernale dimenticato. Tra Marcello e Simoncino, l’ex pugile che con la sua sola presenza minacciosa mette in scacco un intero quartiere, c’è un rapporto tra i più diretti e veri dell’intera filmografia del regista capitolino, che conduce inevitabilmente a un’escalation esasperata di violenza che, prima ancora che nelle immagini, è immersa nella psicologia del protagonista. La sua, una disperazione costretta a passare per vari stadi (persino quello della prigione, il luogo sbagliato per antonomasia nell’occhio del regista) e che finisce per affogare anche l’affetto verso la figlia Alida, si traduce nell’atto estremo dell’omicidio e nel desiderio ultimo di re-integrazione in un microcosmo (come può esserlo sia il ritorno alla normalità dopo la pena, sia la rinnovata accettazione nel gruppo di amici), anch’esso però dotato della stessa spietatezza contagiosa.

Nicolaj Brüel traduce tutte queste sensazioni in immagini dall’assoluto impatto viscerale, trasformando Castel Volturno in una landa desolata, una terra di nessuno che aspetta solo di essere spazzata via dalla barbarie quotidiana; il volto, scavato e rassegnato, di Marcello Fonte fa il resto. Se il Luciano di Reality trovava nelle proprie illusioni l’ambiente ideale per ritrovare una pace essenziale e imprescindibile dal suo desiderio di notorietà, per il Marcello di Dogman quell’illusione non dura che un attimo, un battito di ciglia che rende evidente come l’ambiente a lui circostante sia giunto a un tale degrado da essere immutabile, con la certezza di essere entrato a pieno titolo in quello stesso processo di decomposizione umana che serpeggia sempre più impunito tra le strade dei nostri quartieri.

Garrone, quindi, continua nel suo processo di trasfigurazione del reale attraverso la forma e la formula di una personalissima fiaba (nell’attesa di vedere il suo annunciato Pinocchio), attraverso cui mette in luce gli angoli più oscuri e tenebrosi di un’attualità soffocante e con la triste consapevolezza che anche quei pochi attimi di sincera intimità e leggerezza potrebbero non salvarci.

18 Maggio 2018
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