Recensioni

7.5

Ha sempre avuto un procedere sottotraccia, Maurizio Abate, o meglio lo ha sempre preferito, anteponendo la pratica del suonare live alla posa del manifestarsi; come se avesse preso molto sul serio quel detto non scritto – che in tempi di “social-sovrabbondanza” dovrebbe essere vergato a fuoco su chiunque faccia arte – che prevede che sia la musica a parlare per i musicisti. Nello stesso modo ha sempre preferito distribuire poco a poco le sue perle, prima psichedeliche, nella fase iniziale legata al giro Troglosound e Qbico, poi arcaicamente blues in modalità fingerpicking/faheyiana, quasi che non volesse sollazzarci troppo o, chissà, viziarci troppo. Stavolta, in doppia release CD per Boring Machines e vinilica per Black Sweat (siano benedette è stato già detto, vero?), Abate allunga la visione d’insieme e ci offre un bel full length a soli tre anni di distanza dall’ultima manifestazione lunga in solo, lo splendido Loneliness, Desire And Revenge; tre anni in cui però il Nostro ha continuato a farci visita con due ottime collaborazioni come sono Beyond Time, condiviso con Matteo Uggeri, e soprattutto Superficie, lavoro a quattro mani con Alberto Boccardi.

In questo Standing Waters Abate riprende da dove ci aveva lasciati col citato Loneliness, Desire And Revenge, ovvero dall’amore per Fahey che si riallaccia da subito all’opener Odonata, tutta malinconia e corde pizzicate in punta di dita, nostalgia a pacchi e senso di pacatezza e abbandono che si trascina senza quasi soluzione di continuità nella seguente Shaping The Mud, in cui Abate comincia materialmente a plasmare quel fango e arricchirlo di piccoli particolari: i violini e violoncelli di Lucia Gasti non fanno che arricchire la tavolozza sonora; ne dilatano il respiro sul fronte introspettivo, ampliano lo spettro empatico e permettono alle corde di Abate di ergersi ancor più stentoree, di accelerare o decelerare quasi fino alla stasi di quelle acque stagnanti del titolo che sono fin troppo evidente metafora. Ma non è la (semplice) stasi a farla da padrona in questo disco: lo è a livello di ispirazione generale, ma è più il chiaroscuro di matrice pittorica o l’espressionismo più sfumato – ottimamente reso dalle foto di Ilaria Doimo – o ancora l’alternanza tra stati d’animo contrastanti che, ad esempio, percuote a strappi la bellissima Nymph’s Dance fino alla sua nervosa e tempestosa chiosa, a segnare un disco apparentemente semplice ma in realtà fatto di mille screziature e altrettante sfumature.

Si ascolti, infine, la coda della conclusiva, fluviale Standing Crumbling; si ascoltino quelle note sparse di piano che sembrano portare sconquasso improvviso e bagliore in quelle acque (e)statiche per rendersi conto di come, per quanto apparentemente “fangose” e immobili e per quanto sembrino una sorta di ode all’immobilismo – più o meno quieto, più o meno metaforico, più o meno interiore – le acque in cui (ci fa) bazzica(re) Abate hanno il gran pregio di smuovere nel profondo l’animo di chi ascolta. Roba non da poco oggigiorno.

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