Recensioni

8.5

È difficile parlare dei Mazzy Star. E non tanto perché sia difficile parlare di due tipi geniali ed introversi come David Roback e Hope Sandoval; il primo celestial-infernale chitarrista e la seconda sublime ugola del summenzionato gruppo, che nacque a Santa Monica, California, dopo lo scioglimento dei psichedelici ed obliquissimi  Opal, a loro volta nati dalle ceneri degli altrettanto mitici ma ancor più effimeri e lisergici Clay Allison, che ebbero come anello iniziale di questa catena di san’antonio mazzystariana una delle band cardine del cosiddetto Paisley Underground, ovverosia i Rain Parade (il cui primo lp, l’acidissimo Emergency Third Rail Power Trip, risale al 1983) in cui militò Roback, assieme a suo fratello Steven, prima di imporre il suo suggello chitarristico sul futuro canzoniere della coppia Hope & Dave.

Dicevo: no, non è difficile parlare di Hope & Dave (che a quanto pare ebbero anche una relazione sentimentale, prima che la belle dame sans merci mex-americana originaria di East Los Angeles si fiondasse fra le braccia del bello dei fratelli Reid di Jesus And Mary Chain  memoria) in quanto tali; lo è in quanto ogni volta che si parla di loro, o meglio delle band in cui militarono, si scatenano le idee strampalate che da sempre subissano il culto assoluto legato alla band di Fade Into You, il brano di apertura del loro secondo lp, uscito nel 1993, e oggetto di questa recensione, in cui i tre accordi tre della dylaniana  Knockin’ On Heaven’s Door vengono presi e gentilmente piegati ai propositi lirici di Hope & Dave.

Iniziamo a sfatare alcuni miti a partire dal primo: no, So Tonight That I Might See non è l’unico album capolavoro della band californiana (che nel 2013 ha dato alla luce Seasons Of Your Day, suo quarto disco, edito a ben 13 anni dal precedente Among My Swan, del 1996, e a quasi un quarto di secolo dall’esordio lungo She Hangs Brightly  del 1990, che fece sfracelli nelle college radio e impose sin da subito il paragone – rigettato schifiltosamente dai Nostri – con il country al ralenti di Cowboy Junkies et similia). E no, i Mazzy Star non hanno inciso e portato al successo soltanto la sopracitata Fade Into You (che comunque fu determinante nel far vendere all’album più di un milione di copie). Mito n°3: infine, Dave non sarebbe un grande chitarrista, Hope non sarebbe una grande cantante. Et violà ecco a voi gli ultimi due luoghi comuni appioppati al duo della guapa e dello spilungon!.

E ora che sappiamo l’oggetto del contendere, via con la contesa… California, 5 ottobre 1993. Esce il secondo lp dei fantomatici Mazzy Star. Titolo del 33 giri: So Tonight That I Might See. Casa discografica: l’ammiraglia major Capitol. Genere musicale delle 10 canzoni per 51 minuti e 35 secondi in scaletta: c’è chi lo chiama slo-core, ma non è vero; da queste parti la lentezza esecutiva gioca sì la sua parte, ma non rallenta alcun tipo di “core”. Zero. Qui non c’è trippa per gatti amati dell’hardcore, del post-hardcore, e men che meno per quel post-post-core indolente di derivazione hard che i sublimi Codeine (loro si che furono dei veri “slo-corers”; vedi Frigid Stars LP, del 1990) e i critici loro compiacenti imposero alle mode della nazione indie, col nome di slowcore, all’alba dei Nineties. I Mazzy Star hanno radici ben più profonde, che ci riportano ad una tradizione rock e folk assai più “acid” che non “core”: «Non ho mai ascoltato un disco dei Cowboy Junkies», confesserà col suo solito candore Dave, un tipino davvero difficile da “vivisezionare” in sede d’intervista, qui in un vise a vise del 1990 con Robert Hilburn, giornalista del Los Angeles Times, «Hope ha amato sin da quando era piccola pezzi come Love In Vain degli Stones, che scoperse in qualche loro disco dal vivo, almeno mi pare; personalmente, preferisco un approccio all’arte alla Rip Van Winkle» . E qui scatta la domanda: okay Dave, tu (non) ascolti questo e quest’altro, lei ascolta questo e quest’altro, ma… di preciso chi sarebbe ‘sto “Rip Van Qualcosa”?

Mettiamola giù semplice: Rip Van Winkle è un tizio nato dal fervido ingegno dello scrittore Washington Irving, che nel 1819, mentre viveva a Birmingham, Inghilterra, pensò di metterlo nero su bianco in una short story omonima poi finita nella raccolta dal titolo Il libro degli schizzi di Geoffrey Crayon. E fin qui, tutto regolare. Se non che ‘sto Rip Van Qualcosa irvinghiniano è un tipo assai singolare: perché, un giorno, suppergiù nel 1770, questo villico di origini olandesi, che abitava in un ameno paesello ai piedi delle Catskill Mountains, non molto distante dalla famosa New York, assieme alla moglie che lo accusava di essere un pigrone poco dedito alla famiglia e alla fattoria, fece qualcosa che interesserò molto Dave (& Hope). Tipo che ruppe gli indugi e… scappò di casa. Più di preciso: fuggì sui monti. Qui, dopo aver incontrato dei tizi dall’aspetto strano, ed essersi intrattenuto con loro in modi ancor più strani, lui… si sedette a terra, sotto un frondoso arbusto, e lì si addormentò placidamente. Ma quando poi si risvegliò.. TaDah… scoprì che la siesta in tal ameno loco era durata tipo 20 lunghi anni.

Ergo: Rip Van Winkle, da un momento all’altro, e attraverso le imperscrutabili vie di Mr. Morfeo, il Dio del sonno degli Antichi greci, e in subordine dei sogni stessi, si trova catapultato da una realtà nota ad una altrettanto concreta, sì, forse, chissà, ma ovviamente al 100% ignota. E qui, rientra in gioco Dave-il-chitarrista dal tocco gentile ma totalmente visionario: che canzone dopo canzone, nell’arco di 30 anni di parsimoniosissima carriera discografica (Dave è venuto a mancare il 26 febbraio del 2020, a soli 61 anni, per un cancro metastatico), in combutta con la fascinosa sua dolce metà artistica, Mrs. Sandoval, per servirvi, ha dato vita ad un modus operandi poetico che con movenze da sogno ci trasporta in infiniti mondi paralleli, soprattutto subconsci.

Mi spiego meglio, con un esempio; prendiamo Eine kleine Nachtmusik, il quadro del 1943 di una nota pittrice surrealista di origini svedesi, che fu attiva in quel di New York proprio a cavallo fra gli anni Trenta e i Quaranta del secolo scorso, e che di nome fa Dorothea Tanning. Rapido sguardo d’assieme sul dipinto: ci sono due bambine, la prima appoggiata allo stipite di una porta, l’altra in piedi in mezzo ad un corridoio: entrambe co-abitano in una specie di set surrealista, a suo modo cinematografico ma molto onirico, tipo un hotel fatiscente, con la tappezzeria scrostata che penzola dalle pareti, le porte in legno numerate, e un gigantesco girasole ai piedi di una delle due tipe, che pare puntare in direzione di una soglia mezza aperta dalla quale trapela uno spiraglio di luce, simbolo di un mondo invisibile che traborda in quello visibile (riempiendolo di magia) nonché di un folle spaesamento… à la Rip Van Winkle.

Ora, è cosa (poco) nota che Hope & Dave abbiano (chi maneggia le loro interviste storiche, frase dopo frase, leggendo fra le righe, con un po’ d’acume, se ne accorge alla grande), oltre che una serie di riferimenti musicali più o meno espliciti nelle loro canzoni (che vanno dai Velvet ai Doors ai Joy Division, da Dylan al Blues elettrico e a Bert Jansch), anche tutta una sfilza di riferimenti extra-musicali a cui attingere (tipo il buon Irving Wshington e tipo i pittori surrealisti, tanto per citarne due a caso). Ed è questo che rende i Mazzy Star davvero unici; sì, i Rain Parade delle reinvenzioni acid-paisley sono dei fottuti geni; gli Opal di Kendra Smith e del disco Happy Nightmare Baby (autori anche di un paio di stramitici ep, fra il 1984, Fell From The Sun, e il 1985, Northern Line), uscito per i tipi della SST nel 1987, sono dei geni altrettanto fottuti e soprattutto visionari, ma i Mazzy Star! Ah, loro sì che sono i più fottuti geni del lotto: perché quel loro melange sonoro, perfezionato proprio all’altezza del loro secondo lp è in tutto e per tutto quello spiraglio che Mrs Tanning raffigurò nel suo dipinto e che Mr. Rip Van Winkle con tutta probabilità intravide nel momento stesso in cui un semplice pisolino si trasformò nel volo psichedelico più folle e impensabile che la cosiddetta realtà – solida e concreta – possa offrire ad un mortale.

Anzi, a dei mortali, ancorché artisti di classe superiore; tipo Hope & Dave che aprono le danze, in questo So Tonight That I Might See, col pezzo forte della premiata ditta. Titolo della canzone: Fade Into You. Doppio fondo à la Van Winkle della medesima. Beh, è presto detto: ai tempi della gestazione di quella canzone, Hope e David passano le giornate all’insegna della tranquillità, prediligendo rilassanti camminate sulla spiaggia a faticose (e teoricamente produttive) sessioni in studio. Durante una di queste si materializza una melodia tanto elementare quanto profonda e, al calare della sera, il brano è pronto. Torniamo alla scaletta; che: dopo averci fatto sognare con quella canzone (il pezzo che si piazzerà al 44esimo delle Uk Chart, guadagnandosi a suon di vendite – ben oltre il milione, a quanto dicono le cifre ufficiali – il disco di platino), prosegue con una sfilza di capolavori assai onirici in salsa surrealista e winkleiani; tipo la cover della dolcissima serenata Five String Serenade, scritta da Arthur Lee, ex vocalist nonché mastermind dei prime-movers della psichedelia d’antan Love; o ancora tipo Bells Ring, con la sue movenze scheletriche e sonnambule (è qui che il connubio fra la trance controllata di Hope e i giri di chitarra all’apparenza innocui, ma in realtà accuratamente cesellati e assolutamente irresistibili di Dave, raggiunge per la prima volta un vertice surreal-onirico), che diventano ancora più tali, fino a lambire il limite della “messa macabra”, nelle successiva Mary Of Silence (che un incipit drone oriented conduce, attraverso una meditata strategia doorsiana, ad un climax anti-spettacolare “nero” che è un po’ la quintessenza dello psychedelic sound dei Mazzy Star); e ancora oltre ci sono: Blue Light (degna di figurare in una qualsiasi delle pellicole del regista, anche lui assai winkleiano, David Lynch , per via di quel quid che coniuga, quasi magicamente, certe ballad dei 50s, il dark rock e il folk rock), She’s My Babe (che invece riporta a galla i frammenti psych-folk di matrice pinkfloydiana, all’altezza delle prime cose dell’ex band di Barrett allorchè fu sostituito dal guitar hero David Gilmour , sul finire dei 60s), Unreflected (che assieme alla successiva Wasted, la prima folky e acida, la seconda rocciosa e dominata dalla trance controllata di Hope alla voce, rappresentano, in combutta coi 6 minuti scarsi di Into Dust, l’epitome perfetta del “tanningnismo winkleiano” in salsa folk macabre del duo), ma soprattutto il gran pezzo che chiude il 33 giri, che è anche quello che gli dà il titolo.

Si tratta di una specie di maelstrom psichedelico e narcolettico che dura bel oltre sette minuti, richiamando alla mente tanto le litanie espanse ed eroinomani dei Velvet Underground dell’album con la banana in copertina, quanto un rito dionisiaco che vede Hope calata nei panni della sensual vestale e Dave in quelli del fido mago alla sei corde elettrica che ti sommerge di brulichii lisergici, di ronzii e di echi e riverberi ultraterreni e ultradilatati. Capolavoro. È indubbio: il tocco magico del pasticcere lisergico Roback non è mutato dal 1983, anno in cui, assieme alla sua fidanzata di allora Kendra Smith (poi convolata dritta dritta negli Opal), fondò gli estemporanei ma a loro modo memorabili Clay Allison. Anzi, col tempo è migliorato.

Torniamo ai miti (fasulli) che da sempre accompagnano la mitologia di questo secondo disco della coppia Hope & Dave. In primis, quello che lo vorrebbe come il loro “unico disco da avere”, magari assieme all’esordio. Il sottoscritto dissente e rilancia: She Hangs Brightly, 7/10; So Tonight… 8,5/10; Among My Swan 6/10; Seasons Of Your Day 9/10. Ipse dixit. Boutade a parte, siete ovviamente liberi di pensarla come vi pare sul valore dei summenzionati dischi. L’importante è che recuperiate in fretta So Tonight That I Might See.

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