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State per entrare in casa mia, nelle mie storie, nella mia vita. Però mai come questa volta sono pronto, perché so che dopo i posti in classifica, dopo gli instore, gli insulti, le interviste, i vestiti, i like, i concerti, c’è una sola cosa che rimane potenzialmente per sempre perché ci siete voi ad ascoltarla: la musica. Per tutti gli altri, provate pure ad entrare, ho preparato barattoli di vernice, scale scivolose e maniglie bollenti”. Con queste parole Mecna ci introduce al suo secondo album, Laska, parola che in ceco significa “amore” e che nella copertina del disco, disegnata dallo stesso musicista, diventa una rosa imprigionata in un cubo di ghiaccio.

Mecna torna a più di due anni da Disco Inverno (settembre 2012), che lo aveva descritto come uno dei rapper conscious della scena. Laska è rabbia, malinconia, sogni infranti e parole non dette in passato, ma che ora hanno davvero bisogno di essere urlate. Certo Corrado non è il tipo che ci parla di droghe/soldi/donne facili, tutt’altro, e mai come questa volta ha deciso di mettersi a nudo, di farci entrare nella sua testa, magari non per farsi capire, ma di sicuro per essere ascoltato. I quarantacinque minuti del programma si districano tra storie d’amore andate a male (31/08, Non Ci Sei Più), frecciate verso la scena hip hop (Non Dovrei Essere Qui) e gelosie terribili (Faresti Con Me); nulla di nuovo all’orizzonte, quindi, ma ciò che colpisce è la sincerità che ci accompagna dalla prima all’ultima traccia.

Mecna non è un songwriter eccelso, né un guru dei vocalismi, tantomeno un performer ‘tecnico’, ma non importa: Laska è contenuto, e non solo, anche cambiamento. I numerosi featuring presenti nel debutto, ora ridotti al lumicino (Johnny Marsiglia, Patrick Benifei), sono un’evidente volontà di rendere il lavoro più personale possibile; allo stesso tempo, cambiano le figure di una corposa lista di producer (Big Joe, Lazy Ants, Clefco, Fid Mella, Night Skinny, The Ceasars) dove spiccano Pasta degli Amari e FareSoldi, e il giovane talento veneziano Yakamoto Kotsuga. I nomi sono tanti, ma il risultato fluido, con un senso e una logica. Mecna ha tutto sotto controllo.

Laska quasi non sembra rap: è facile accorgersene dagli arrangiamenti essenziali quanto eleganti, farciti di post-dubstep, nu-soul e r&b, tanto cari a James Blake, Frank Ocean e Drake. Non c’è spazio per le pacchianate di tanti, troppi colleghi e, al contrario, trovano terreno fertile beat a volte avvolgenti ed epici e a volte minimali, con pianoforti agrodolci ma anche slanci col vocoder (Male Di Me) e autotune (Favole). Laska vuol dire distacco dalla falsità dei colleghi («mi salutano di brutto alle serate/come se avessimo mai mangiato insieme o fatto pace/quei pezzi contro chi li fate»), ma anche coscienza dell’importanza delle ferite subite («ho fatto sacrifici e sai mi è costato/ricucire cicatrici al costato/non mi faccio mai vedere ma una volta mostrato/non puoi non capire che il passato mi ha smostrato»).

Laska è solitudine che diventa forza, un viaggio in una casa sul lago vicino Oslo per lavorare in tranquillità e un senso di tristezza per ciò che la vita avrebbe potuto dargli a livello sentimentale e che invece non gli ha dato. Mecna trasforma i suoi demoni in trampolini da cui lanciarsi in un vuoto che sembra voglia riempire a tutti i costi, consapevole di ciò che è e che vuole essere senza piangersi addosso, voltandosi indietro in attesa di capire qualcosa in più sul domani. Magari per scoprire se quel cubo di ghiaccio terrà per sempre intrappolata la rosa, la lascerà respirare dopo lo scioglimento o, se semplicemente, la rosa senza di esso non possa vivere. Alla fine dei giochi Laska vuol dire semplicemente Corrado Grilli.

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