Recensioni

Sono passati sei anni dall’esordio di Melody Prochet. Sei anni non facili, culminati con l’incidente della scorsa estate: un aneurisma con conseguente caduta e rottura di una vertebra, che per fortuna, almeno a livello professionale, ha avuto la sola conseguenza di ritardare l’uscita del nuovo album. Artisticamente, possiamo dire che il lungo intervallo è stato utile alla ragazza. In primo luogo le è servito a scrollarsi di dosso la scomoda tutela dell’ex fidanzato Kevin Parker. Quindi a maturare un songwriting peculiare, evitando accuratamente di cadere nei cliché della chanteuse dreampop che ne avevano appesantito l’esordio.
Per carità, quella del leader dei Tame Impala resta un’impronta ancora evidente nel sound della ragazza. Ma oggi la Prochet è un’artista libera di sperimentare secondo traiettorie personali e di approcciare la materia psichedelica in modo originale. Tanto per cominciare questo Bon Voyage è andata a registrarlo in Svezia, patria di alcune delle personalità più interessanti legate alla musica ad alto tasso lisergico. Due di queste (Frederik Swahn e Reine Fiske degli Amazing) l’hanno affiancata nella realizzazione dell’album. Fiske, in particolare, all’opera anche con i Dungen, sembra aver lasciato tracce piuttosto evidenti nella struttura e nella grana sonora dei brani. Il fulcro del disco infatti, sta in pezzi che con il collettivo scandinavo condividono la visionaria vena psycho prog, i repentini cambi di tempo ed atmosfera, le colorite sovrapposizioni e l’evocativa patina vintage.
Il capolavoro dell’album, il brano Desert Horse, è un trip dadaista che recupera lo spirito creativo dell’acid rock e lo declina in un panorama post-tutto tipico dei giorni nostri, affastellando suggestioni orientali, elucubrazioni folk, amenità digitali e deliri free form in svariate lingue e umori, per un risultato che provoca estasi e sconcerto. Appena più codificabili sono le escursioni psycho lounge di Quand Les Larmes… e Vision Of Someone Special…, in cui la ragazza sfodera tutta la sua grazia da chanteuse 60s (qualcosa che sta fra la sensualità di Jane Birkin e l’eleganza di Françoise Hardy), mentre le melodie sdrucciolano su ritmiche sghembe che sembrano uscire dagli incubi peggiori dei Can.
L’anima squisitamente pop del progetto bisogna andarla a cercare nei frammenti più brevi: nel retrofuturismo alla Stereolab di Cross My Heart e nelle stratificazioni vocali di Breathe In Breathe Out, ultime vestigia di quel dream pop che oggi sembra solo un lontano ricordo.
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