Recensioni

7.4

Melting pot a go-go in questa doppia release a forte imprinting terzo e pure quartomondista, per due band legate a doppia mandata. Melt Yourself Down e The Comet Is Coming non solo partono dallo stesso humus culturale (condividono infatti gli orizzonti sonori – amplissimi, sia chiaro fin da subito – utilizzati nelle loro rispettive release e la label, una Leaf sempre più interessante), ma anche un anello forte qual è King Shabaka Hutchings (e i suoi sassofoni). Quest’ultimo più centrale nell’esperienza The Comet Is Coming che nei Melt Yourself Down, a dirla tutta, ma probabilmente è solo una questione “numerica”. Nei secondi infatti, condivisi con Betamax Killer (batteria) e Danalogue The Conqueror (tastiere) – al secolo rispettivamente Maxwell Hallett e Dan Leavers e già attivi in duo come Soccer 96 – il Nostro tira spesso le fila di un suono cangiante e iridescente, ibrido e potente come potremmo aspettarci, visto milieu e provenienza. Ma c’è in tutto il disco una volontà di spingersi oltre, rimescolare quelle traiettorie (terzomondismo vario, afro revisited, cosmica reiterata, exotica weird, jazz libero e quant’altro) con una bella spinta sull’acceleratore dell’energia, di pompare i bassi, accendersi ritmicamente, andare di groove pesante e crossoverismo Novanta virato dancefloor alternative (Transglobal anyone?) così come viaggiare verso le più remote e visionarie vastità dello spazio, anche abbassando i giri e dilatando la proposta (Sun Ra li apprezzerebbe). «A transdimentional journey», dicono loro, e c’hanno proprio preso.

Non da meno l’altra congrega legata dal sax di Shabaka, i già conosciuti Melt Yourself Down. Dove finiva l’esordio omonimo riprende questo Last Evening On Earth, apocalittico album free-form che sin dal titolo mette sull’avviso chi ascolta la musica degli «evangelical hawkers of DNA-rearranging post-punk exotica»: l’intero lato A del vinile – Dot To Dot, The God Of You, Listen Out e Communication – è una hydra da sturbo che centrifuga occidente e oriente, avanti e indietro, sacro e profano, in una orgia ritmica e screziatissima. Quando i ritmi si abbassano, naturalmente verrebbe da dire, il senso del groove da trip persiste sempre (Jump The Fire, Bharat Bata) e la multiculturale formazione – Pete Wareham (sax), Ruth Goller (basso), Shabaka Hutchings (sax), Kushal Gaya (voce), Tom Skinner (batteria), Satin Singh (percussioni) e Leafcutter John (electronics) – viaggia che è una meraviglia, riprendendo vigore in chiave poliritmica (Big Children (Gran Zanfan)) o da giungla suburbana dell’oggi (Body Parts). Due ottimi lavori “ibridi” per un pubblico trasversale pronto a perdersi nel suono “trans-international” di queste due band.

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