Recensioni

Dai, ci avevate e avevamo sperato tutti appena letto il titolo. I Melvins che rileggono nella sua interezza Locust Abortion Technician dei Butthole Surfers: come a dire, un sogno insieme bagnato e mongoloide, iconoclasta e irriverente come solo i surfisti del culo sapevano essere e come solo i loro figliastri sanno essere. E invece niente, o quasi. Perché a ben vedere l’ombra dei Butthole Surfers non si staglia solo sul titolo ma anche in formazione, dato che quel Pinkus evocato nel titolo è proprio quel Jeff Pinkus che nei BS suonava il basso e che qui raddoppia quello del nuovo bassista della couple in trouble Buzzo&Crover, ovvero Steven McDonald già Redd Kross e OFF!
Ecco così che dopo aver sperimentato due chitarre e due batterie, tocca al doppio bassista, per un lavoro che spinge ovviamente sul piano ritmico e propulsivo. Non è però solo la presenza di Pinkus e pure la cover di Moving To Florida (dal mini Cream Corn From The Socket Of Davis, 1985) elaborata in modalità medley con Stop di James Gang nell’iniziale Stop Moving To Florida o la ripresa di Graveyard (da Locust Abortion Technician) a chiosa del disco a segnare la presenza dei mentori. C’è anche un sovrappiù di follia iconoclasta che sovrasta le tot canzoni di un album che non si vergogna di offrire una versione circense della beatlesiana I Want To Hold Your Hand, di vomitare un punk spastico in 1 minuto e 40 che sembra una versione ipervitaminica degli Hanson Brothers (Embrace The Rub), di dilungarsi oltre maniera in una claudicante nenia sludge-blues-sixties (?!) come in Don’t Forget To Breathe, di infilare una dietro l’altra una Flamboyant Duck che sembra riesumare Perry Farrell e una Break Bread che è una cafonata hard-rock di quelle che piacciono tanto ai padroni di casa.
La chiosa, affidata a una rendition della citata Graveyard con la grazia del proverbiale pachiderma dentro una gioielleria, è l’ideale punto di ri-inizio in un divertissement che, come sempre in casa Melvins, non si sa quanto sia tale fino in fondo.
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