• nov
    18
    2016

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Blackened Recordings

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C’è un innato desiderio di gloria nei Metallica, la voglia di essere i più grandi tra i grandi. A volte è questione di business, vedi la maestosa release evento di Hardwire…to Self-Destruct con concerto in diretta streaming regalato ai fan e video realizzati per ogni traccia dell’album, a volte è questione di puro ego. L’ultima notizia in merito è che, per diletto del record, i Metallica sono entrati nel guinness dei primati avendo toccato con il loro tour del 2013 tutti e sei i continenti nello stesso anno (o sette, se si vuole prendere come riferimento il modello a sette continenti), andando a suonare anche in Antartide. E visto l’andazzo verrebbe da supporre, con associazione del tutto libera, che questo nuovo lavoro, doppio album più un terzo con i soliti live (anche se solo in edizione deluxe) possa essere una risposta al semplice doppio che gli Iron Maiden hanno pubblicato lo scorso anno. E ora chi è il più grande di tutti eh?

Purtroppo dove arriva l’ego, non arriva la musica, nonostante stavolta non ci siano trucchetti: nessun rullante scordato come in St. Anger, così si evitano spiacevoli gruppi su Facebook, e nessuna loudness war stile Death Magnetic. Pronti via, Hardwire è un vecchio thrash che prova a intenerire i fan di Master of Puppets – non è proprio la stessa cosa, ma passa. Atlas, Rise! la butta sulla NWOBHM, Hetfield ci mette una buona linea vocale, mentre il video è il massimo del lo-fi che possano concepire i Metallica, quindi scenette di simpatia in un gigantesco studio di registrazione con logo Metallica in ogni dove. Ok. Moth into Flames, terzo singolo, ritorna in zona 90s, sembra uscire da un ipotetico Reload fatto con un po’ più di coraggio; su Youtube c’è chi suggerisce di guardarlo aumentando la velocità di 0.25 e non ha tutti i torti. Poi il gioco si ripete. Pezzi thrash 80s, pezzi rock 90s, pezzi sfumati NWOBHM e di nuovo ancora e ancora. E piano piano si scopre che Hardwire…to Self-Destruct è auto-celebrazione allo stato puro (sai che scoperta), con le stesse tematiche di sempre (anche quelle anti-war che risalgono ai tempi di One), e tutto è marchiato da un anacronismo Metallica al 100%, eccezion fatta per il tributo pagato a Lemmy con Murder one: giusto, un vecchio amico è sempre un vecchio amico, ma non è brano da strapparsi i capelli, anzi.

Sommando il tutto: nella scala di valori Metallica, Hardwire…to self-destruct si può mettere un gradino sopra Reload perché c’è un po’ più di varietà (ma a onor di cronaca, i brani rock di Reloaded erano migliori: ManUNkind, Am I Savage o Now That We’re Dead sono da encefalogramma piatto), i video non dicono niente ma nei live i four horsemen sembrano ancora divertirsi, l’album venderà milioni di copie nel mondo perché per i fan questo sarà il momento, se non proprio della rinascita, quantomeno del ritorno, e infine, se ci mettiamo una mano sul cuore e siamo un minimo realisti, dovevamo fissare il massimo delle aspettative in un back to the roots con due riff che si potessero ancora ascoltare. Ci siamo quasi.

21 novembre 2016
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