Recensioni

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Se il precedente Oh Inhuman Spectacle, pur lasciando trasparire i meriti del trio di Perth, aveva evidenziato ancora qualche limite nella messa a fuoco dell’identità del gruppo, Everything Is Forgotten, arrivato ad appena un anno di distanza, riesce a colmare quelle lacune andando ad agire innanzitutto sul suono. Più definito, ripulito e quadrato, il dream pop dei Methyl Ethel si presenta stavolta nella sua forma più smagliante e tirata a lucido. Limitate le distorsioni, dipanate in parte le coltri di fumo, il suono di Jake Webb e soci vira verso un art rock aggraziato che alle chitarre shoegaze accosta un’elettronica synth-pop piuttosto basica, mutuata anche dagli LCD Sound System.

Il cliché che dà il titolo a un album prodotto da James Ford (Arctic Monkeys, Foals), fa autoironia e annuncia un disco che sulle contraddizioni e i controtempi ama giocare, in cui tutto è sospeso tra leggerezza e pesantezza, stati d’ansia, sensi di colpa e la contemporanea volontà di guardare avanti. Una dualità di registro che solo il pop più rotondo e morbido sa assicurare, caratterizzata da un animo puramente danzereccio sul quale il trio ha puntato tutto, al punto da aggiungere alla line up per l’imminente tour un quarto componente, il tastierista Hamish Rahn. Uno spirito puramente disilluso, brillo e camaleontico che si lascia trasportare dalla funzione rivelatrice dell’alcol in Drink Wine e disegna un ritratto surreale in Ubu, ispirato all’opera teatrale “Ubu re” di Alfred Jarry.

Nel confermare gli ottimi arrangiamenti e un lavoro di ricerca melodica che alterna momenti più aperti (la già citata Ubu) ad altri più introspettivi (Summer Moon), la mancanza di una hit radio killer di spessore è l’unica pecca di un lavoro che sull’accessibilità punta molto e che segna un passo in avanti importante nel percorso del trio australiano.

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