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Sarà anche vero che i giorni delle chitarre spigolose e del tipico suono indie-rock possono dirsi distanti, ma va dato atto ai canadesi Metric di aver portato una ventata di aria fresca, quando nel 1998 cominciarono a muovere i primi passi nell’eclettico ambiente musicale di Toronto condiviso con i “cugini” Broken Social Scene: in termini più prosaici, l’applicazione dell’elettronica a strati di chitarre. A distanza di diciassette anni dal loro debutto, quindi, andrebbe dato maggiore merito a Emily Haines e ai suoi, per questa sorta di “innovazione”, troppo spesso passata inosservata. È sempre stato piuttosto chiaro, sin dal primo Old World Underground, Where Are You Now?, passando per Grow Up and Blow Away, quali fossero le intenzioni del combo canadese. Nella loro quasi ventennale carriera si è potuto assistere alla transizione verso un suono dancefloor che probabilmente ha toccato i punti più alti con il buon Fantasies e con l’emblematico, già dal titolo, Synthetica. Oggi, a distanza di tre anni dall’ultima sortita discografica, i Metric si ripresentano al loro pubblico con questo Pagans in Vegas, prima metà di un doppio album (l’uscita del secondo capitolo – registrato, come ha confidato la Haines in un’intervista a Spin, interamente con strumenti analogici – è prevista per il 2016), punto di arrivo, se vogliamo, della transizione “sonora” di cui sopra.

A far gli onori di casa è l’oscillante Lie Lie Lie, insieme a Too Bad, So Sad cugina di sangue dei Depeche Mode di Personal Jesus, che apre le porte prima all’ammiccante e malandrina Fortunes, in cui è la voce della femme fatale Haines a farla da padrone, e poi ai “futuristici” synth, vera spina dorsale di questo Pagans in Vegas, che finiscono per dettare la linea in Celebrate, Cascade e The Face pt.I. La sensazione è che i Metric, questa volta, abbiano deciso di lavorare per sottrazione, cercando la raffinatezza in un suono scheletrico ed essenziale. Manca, infatti, l’epicità che aveva contraddistinto le precedenti uscite, ed è proprio quando i quattro tentano di alzare i giri che ci si ritrova di fronte ai momenti più faticosi, in termini di ascolto (Other Side, The Face pt.II). Molto spesso, dunque, può essere proprio la leggerezza il vero punto di svolta.

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