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Tra un Salmo che cede al feat. con Sfera Ebbasta (sempre più proiettato verso una dimensione internazionale) e una Dark Polo Gang mattatrice del palinsesto Sky (dall’opinabile esibizione a X-Factor alla gigioneria coatta di Stra-Factor) con la sua Cambiare Adesso massicciamente in heavy-rotation, il momento d’oro della trap sembra proseguire. Buttando uno sguardo a ciò che succede oltreoceano però ecco due uscite (rispettivamente da due dei nomi più influenti del giro) che attestano ora una stanchezza sempre più evidente, ora la possibilità di una luce in fondo al tunnel delle pose – anche per chi, queste pose, le ha divulgate.

Metro Boomin, tra i big producer più importanti d’America, licenzia un album-mixtape con l’immancabile carrellata di ospiti ingombranti che deve gioco-forza riempire il disco blockbuster di un produttore di questo calibro: Travis Scott, Gucci Mane, Swae Lee, 21 Savage, Young Thug, Offset, Gunna, Kodak Black, Drake, insomma ci sono praticamente tutti. Il risultato è una lagna abbastanza uniforme che porta rapidamente all’inedia, tra stilemi ultra-inflazionati e soluzioni ampiamente esplorate da un tempo. Data l’immutabile ritmica di base, a condire abbiamo tutto il prevedibile corredo di vocine e coretti pitchati (Overdue), svolazzi pianistici e synth vagamente eerie (Space Cadet, 10 Freaky Girls), fino allo stantio binomio dancehall & chitarrine surgelate (Only You). Funziona un po’ meglio quando l’arte del producer è prestata a beat soffusi di trap dilatata e minimal su cui poggiano i lamenti super-sweet di Swae Lee (Borrowed Love, che purtroppo comprende anche un evitabile intermezzo caraibico di WizKid, e Dreamcatcher). Davvero pochino per salvare l’ennesima playlist Spotify-ready usa e getta a base di scorciatoie à la page. Per chi proprio volesse esagerare c’è anche il secondo disco contenente tutte le strumentali dei pezzi, ma vi consigliamo di farvi direttamente un sonnellino senza perdere tempo. (5/10)

Decisamente meglio va con il nuovo progetto solista di Takeoff. Rispetto ai cugini Quavo e Offset, il più giovane dei tre Migos è da sempre il meno esposto e il più defliato, oltre che indubbiamente il più bravo a rappare. In The Last Rocket, tolta una prima metà di rodato mestiere, finalmente gli esperimenti interessanti non mancano. Martian in apertura è l’intro perfetta per quello che sembra essere l’ennesimo bignami del Migos-sound starter-pack: vedi il ritornello con i soliti ad-libs dove tra un «pew pew» e un «ICE» gli sbadigli piovono copiosi. La maniera quella è, e quella grossomodo resta per tutta la prima parte del disco, salvo qualche occasionale deviazione. None to Me è la cosa più vicina a un Migos che cala la maschera ad oggi pervenuta: «I spend this money but it’s nothin’ to me / I fuck hoes but it’s nothin’ to me». I Remember invece, lasciando da parte il ritornello così ossessivo da essere facile spunto per vines e viralità simili, è di fatto un pezzo boom-bap travestito da trap-song su cui Takeoff rappa, punto e basta. È un flow biascicato e bradicardico – soprattutto nell’attacco della prima strofa – ma terribilmente efficace. Il meglio arriva però da Casper – una trap-ballad interamente costruita su due accordi e un campione di flauto – in poi: diversi tentativi stilistici inediti – almeno per un nome della cricca Migos – e tracce arricchite da dettagli di grande pregio, come il malinconico synth di sfondo in Soul Plane o le melodie esplorate in Insomnia. Il vertice assoluto è indubbiamente Infatuation, un’inaspettata ballata r&b dal sapore vintage (tra 80’s e 90’s) in cui Takeoff si regala una strofa finalmente libera da qualsiasi accenno ad-libs e in grado di liberarne compiutamente il potenziale. Sperando che queste siano le direzioni da sviluppare in un futuro – sempre più vicino – dove la maniera non basterà più. (6.5/10)

12 Novembre 2018
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