Recensioni

7.2

Le strade di Liverpool e il più cristallino pop inglese continuano a essere legati indissolubilmente e a doppio filo. Questa volta a far da sponda è quel Michael Head più volte rinato (artisticamente) sotto diverse forme – con gli anni ’80 a segnare i percorsi delle due band seminali per il brit-pop, Pale Fountains e Shack – ed ora apparentemente pronto a riavviare la macchina Red Elastic Band, al debutto appena nel 2013 con il buon Artorius Revisited. Una rinascita, dicevamo, che suona più come un appuntamento da non mancare, dopo anni spesi a rincorrere luci ed ombre e con lo spettro degli eccessi a base d’alcool e droga a fare il resto. Il musicista nato a Liverpool, ma con la passione per l’America e il suo sound, porta impresso sulla pelle il marchio di una promessa pronta a concretizzarsi. E dello stesso avviso erano stati, al tempo, uno come Arthur Lee (Love) – che da sempre ha espresso parole colme di ammirazione per Mick – così come il ritrovato Noel Gallagher, che in quell’album del 1991 degli Shack (Waterpistol) ha rintracciato, a suo dire, l’incipit di un nuova era per il cantautorato pop d’Albione.

Non male per un autore lontano dal clamore mediatico e nel frattempo diventato, suo malgrado, un musicista di culto. Il nuovo Adiós Señor Pussycat, sembra voler mettere una pietra sul passato e sulle sue complicazioni, sugli eccessi e sui cinquantacinque anni suonati. Rinascere ancora, appunto, incurante delle difficoltà. Così, nonostante tempi di pubblicazione allungati all’inverosimile quasi consumatisi in un possibile nulla di fatto, Head e la sua band sono riusciti a battere ancora una volta il tempo e le sue incertezze, incasellando – in appena quarantacinque minuti di musica – tredici tracce che sono pura gioia per chi ha ancora voglia di ascoltare. Ritroviamo qui tutto l’entusiasmo dell’uomo formatosi con gli LP di Simon & Garfunkel, Nick Drake, Byrds e ovviamente Beatles, declinando tutta quella sapidità pop in forme sempre più ibride e in linea con un folk di maniera scisso tra rimandi al continente americano e alle Highlands scozzesi (nella Wild Mountain Thyme portata alla ribalta da Jon Baez). Trovano così spazio sia la formula chamber-pop di Picklock che il jangle-pop di 4&4 Still Makes 8, con le ibridazioni psych/gospel-folk di brani come Picasso e Josephine a dettare una linea sonora alternativa eppure perfettamente amalgamata.

Da questo punto di vista, Adiós Señor Pussycat conferma lo stato di grazia già riscontrato nel debut e che lo ricollega, per vie trasversali e strane analogie, alla storia magnifica e controversa di Peter Perrett. Insomma, lunga vita ai redivivi.

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