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30 novembre 1982. Michael Joseph Jackson, figlio di Joseph l’operaio nonché temuto padre-padrone, ex-bambino prodigio dell’r’n’b bubblegummoso assieme ai suoi fratelli Jackson 5 per l’etichetta discografica Motown del producer Berry Gordy, giunge al sesto 33 giri solista e mette in carniere l’album dei record. Tipo questi: vincerà 8 Grammy Awards (e verrà poi proclamato in quella sede Album dell’Anno) nel 1984, venderà più di 110 milioni di copie nel mondo, conquisterà il disco di platino per 8 volte, piazzerà in classifica ben 7 delle sue 9 tracce in scaletta, e dulcis in fundo… regalerà al suo autore il più che meritato titolo di The King Of Pop. Questo l’epilogo della favola: che come tutte le favole, ha inizio nel più inaspettato dei modi… New York, 1978.

Le riprese di The Wiz, film diretto dal rinomato filmmaker Sidney Lumet, per la sceneggiatura di Joel Schumacher, vanno a gonfie vele. Ambizioso (s)oggetto della pellicola: un remake in stile fiaba metropolitana del musical The Wiz: The Super Soul Musical “Wonderful Wizard Of Oz” (messo in scena per la prima volta a Baltimora, nell’ottobre 1974), a sua volta basato sul celebre romanzo per ragazzi di William Frank Baum, Il meraviglioso mago di Oz. Protagonisti assoluti del progetto due star, amiche da tempo immemore, ovvero Diana Ross (che qui recita nella parte di Dorothy Gale) e Michael Jackson (che invece fa lo Spaventapasseri). Anche se di primo acchito non sembrerebbe, il lungometraggio si rivelerà un po’ troppo ambizioso e forse anche rischioso. Anzi, a dirla tutta, velleitario lo è di sicuro; infatti, al botteghino, fa flop. Too bad. Michael però non ne risente: primo, perché la colonna sonora del film, sebbene non sempre riuscitissima, è un concentrato pop-soul-funky-disco che fa divertite e muovere il culo; secondo, perché sul set di quello sfortunato movie, Michael conosce Sua Maestà Quincy Jones (che mette il suo magico zampino nelle musiche che accompagnano i fotogrammi).

Scatta la scintilla. La simpatia è reciproca. È l’inizio di una collaborazione che si protrarrà per il resto della carriera di Jacko, imprimendo un segno indelebile almeno sui suoi primi tre LP: Off The Wall (gioiello disco del 1979), Thriller (suo capolavoro indiscusso, nonché uno dei pop-album più cool di tutti i tempi), il successivo Bad (del 1987, che trasformerà – ahinoi – la genialità del disco precedente in involontaria autoparodia). Aperta parentesi: Quincy Jones, chicagoano, classe 1933, potrà suonare come un nome poco familiare alle orecchie di molti. Invece è un tizio che ha già un curriculum lungo così ai tempi in cui accetta di produrre Thriller; tipo che aveva arrangiato Fly Me To The Moon di Sinatra e Genius + Soul di Ray Charles, era andato in tour col jazzista Dizzy Gillespie, e in più aveva marchiato a fuoco con le sue band dozzine di colonne sonore per il piccolo e grande schermo. La parola, a questo punto della storia, va di diritto al diretto interessato: «Ho iniziato con le big band», dirà Quincy in una intervista uscita sul magazine Rolling Stone nell’agosto 2017, «con i quartetti gospel, con il bebop. Quello era un movimento rivoluzionario. Sono nella scena da 70 anni. Tanto tempo. Devi sperare di poter fare tutti gli errori necessari a imparare qualcosa. E io ho fatto tutti gli errori. Tutti. Ma quando ho conosciuto Michael, li avevo già commessi tutti. Con Sinatra avevo 29 anni. Avevo invece 50 anni ai tempi di Thriller».

Focus sulla parola arrangiatore: dicesi arrangiatore, dizionario alla mano, colui che adatta o rielabora i brani musicali. Ok, tutto chiaro. Però Quincy è/sarà per Michael qualcosa di più di un “semplice” adattatore / rielaboratore. In effetti, si dà il caso che sia lui l’arma segreta di Thriller: perché il sound funky pieno e scattante di Off The Wall necessita di vesti pop adatte agli arrembanti anni Ottanta. Ed è qui che entra in azione Quincy-il-maestro: giacché pochi come lui, in ambito pop(ular), ma non solo, sono capaci di riempire gli spazi di mille suoni e di mille mille stratificatissimi dettagli, in sede di registrazione, senza mai smarrire la “nitidezza” del filo armonico-ritmico-melodico del discorso musicale. In questo senso, e a ragion veduta, ogni canzone di Thriller è innanzitutto un gioiello di “orchestrazione” (o sarebbe meglio chiamarla “messa in scena”?) pop. E qui potremmo sprecare un sacco di parole su cosa sia e cosa non sia pop dai tempi in cui i Beatles incisero Love Me Do. Oppure potremmo far partire un altro flashback… 14 aprile 1982, Beverly Boulevard, Los Angeles. Negli studi A e B del Westlake Recording Studios iniziano le session del nuovo disco di Jacko. Budget a disposizione: suppergiù 750.000 $. Inizia la seduta: prima entra in sala il tecnico audio Bruce Swedien, poi Quincy il genio. Piccolo dettaglio: solamente poche ore prima, la coppia era nientemeno che a Manhattan, negli studi A&R, per portare a termine un certo lavoretto. D’altronde, si sa: i professionisti di successo hanno l’agendina perennemente occupata. Quincy non fa eccezione. Eppure, per nulla al mondo perderebbe l’occasione di (ri)collaborare assieme a un fuoriclasse tipo Jacko: che è davvero un cavallo di razza, pronto a fare sfracelli. Ha solo bisogno di… un piccolo aiuto dal suo amico Quincy.

Il resto della storia ce lo racconterà Swedien, che il giorno prima del “gran giorno” lo trascorse per l’appunto assieme a Jones: «Verso le 4:00 di quella mattina, mi sono svegliato e ho notato sotto la mia porta che tutte le luci della stanza erano accese. Trovai Quincy al tavolo della sala da pranzo con un milione di fogli di carta su cui stava scrivendo le orchestrazioni. Gli dissi che avremo potuto iniziare il lavoro più tardi, ma lui mi disse di non preoccuparmi, così sono tornato a letto. La mattina consegnò le sue bozze ai copisti. Non volle nemmeno supervisionare il lavoro dello staff. Quel giorno incidemmo il duetto di Michael con Paul McCartney, The Girl Is Mine; i Toto fecero da backing band. Mi vengono i brividi solo a pensarci!». Quincy lavora tanto e lavora bene. E anche stavolta non fa eccezione: infatti passa al vaglio ben 30 tracce per il disco dell’ex-enfant prodige, che poi si ridurranno a 9: le più ritmate, le più adatte ad essere “farcite” di suoni, ma soprattutto quelle con la melodia killer. Sia come sia, il brano che per primo viene scelto come singolo è la “quieta” The Girl Is Mine, che uscirà in formato 7” il 18 ottobre 1982 e che narra la storia di due ragazzi che si contendono l’amore di una donna (stando ai “si dice”, il brano fu registrato in fretta, nel bel mezzo della notte, ma funzionò alla grande sin dalla demo).

Il pezzo-pigliatutto è invece il secondo singolo dell’LP, una Billie Jean – con quell’intro di basso fulminante, a cui poi si aggiunge il synth, di fatto uno degli “scorci sonori” pop più famosi e immediatamente riconoscibili di sempre – che contiene i seguenti versi autobiografici: «Billie Jean is not my lover / She’s just a girl who claims that I am the one / But the kid is not my son / She says I am the one, but the kid is not my so»; versi che alludono a un episodio realmente accaduto alla popstar, quando durante il Triumph Tour del 1981, assieme ai Jacksons, una tipa dichiarò di chiamarsi Billie Jean Jackson e affermò di essere nientemeno che la sposa del nostro eroe. Storia a sé fa invece la superba Beat It, che si avvale dell’assolo del guitar hero Eddie Van Halen e che il 30 aprile 1983 raggiungerà il primo posto nella prestigiosa classifica di Billboard. «Volevo scrivere il tipo di canzone rock che mi avrebbe fatto venire voglia di uscire a comprarla», dirà poi Jacko di questo strafamoso pezzo, cui farà da pendant il video, diretto da Bob Giraldi, che ci mostra i leader di due gang rivali fronteggiarsi coltelli alla mano. Ancor meglio farà poi l’ultimo dei tanti singoli tratti dal vinile, l’eponimo Thriller – venderà infatti la bellezza di 6 milioni di copie nei soli States – che anche stavolta verrà affiancato da un video (a firma John Landis, che spese la straordinaria cifra, per allora, di 500.000 dollari per replicare le atmosfere del suo film “licantropo” per eccellenza, Un lupo mannaro americano a Londra, che catturò l’attenzione di Jacko, a Londra, all’incirca un anno prima).

E questo è quanto. Anzi, no: perché ancora oggi, canzone dopo canzone, emozione dopo emozione, Thriller si rivela un ascolto che non lascia scampo. Un vero asso pigliatutto. Il suo segreto, sul quale infiniti critici si sono interrogati, è però il più vecchio del mondo, come ci spiegherà ancora una volta Quincy, qui catturato in una intervista del periodo Bad che ben si adatta anche al nostro disco: «Ho una sinestesia, vedo la musica prima di sentirla. È strano, ma funziona. Vedo dei colori, argento, viola…». Ma non è finita qui: giacché Quincy non ci ha ancora raccontato tutta la verità sul suo peculiare modus operandi, ma ovviamente sta per farlo: «La musica è un’architettura emozionale. La cosa principale è concentrarsi sull’amore, il rispetto e la fiducia. Se non lo fai, non succede niente. Deve essere reale – devi poter chiedere al tuo team di buttarsi nel burrone e loro devono fidarsi abbastanza per credere in quello che stai facendo. Ho amato ogni momento in cui entravo in studio, e sono stati molti. Stavamo spesso su per cinque giorni di fila, senza dormire, quando prendevamo il giro giusto. Portavano fuori gli ingegneri del suono in barella. Fumavo 180 sigarette al giorno. Ora ho smesso».

Ok, Quincy Jones è un fuoriclasse assoluto: è un dato assodato. Ma poi c’è Michael Jackson, che in Thriller soprattutto, si rivelerà una vera “macchina attoriale” in stile one man band, capace di recitare, cantare e ballare in una perfetta sinestesia (questa sì veramente tale) da showman consumato, ancor prima che da idolo dei teenager. Wanna Be Startin’ Somethin’ (che nella sua perfetta fusione pop/disco potrebbe benissimo figurare nel capolavoro Off The Wall), Human Nature (scritta da Jeff Porcaro dei Toto e da John Bettis, e finita quasi per caso nel disco dopo che Jones l’ascoltò e si innamorò della storia narrata, ossia quella di un ragazzo bistrattato dalla società), The Lady In My Life (oscuro ballatone in coda all’ellepì, che funziona come una specie di oasi notturna in un lavoro altrimenti imperniato quasi per intero su ritmi ballabili) o ancora P.Y.T. (il pezzo funky d’obbligo, con inserto di vocoder, che è l’unico riempitivo di un disco altrimenti perfetto) sono i pezzi che completano una scaletta, quella di Thriller, fresca oggi come allora. E, noi ci scommettiamo su, suonerà ancora così per tanto tanto tempo. O come disse Glinda, la Strega buona del sud, nel film The Wiz: «Se conosciamo noi stessi, ci sentiamo a casa nostra, ovunque siamo». Thriller è davvero la casa del pop: ed è lì, in mezzo ai suoi ritmi irresistibili, e alla voce aspra e vibrante di Jacko, che noi ci sentiamo davvero a casa.

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