Recensioni

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Dal debutto Home Again (2012), passando per l’acclamato Love & Hate, Michael Kiwanuka ha sempre mostrato di avere un approccio estremamente intimo alla scrittura, piegandola a strumento di riflessione quasi terapico. Così è stato per l’album che precede questo KIWANUKA, scritto in maiuscolo come a voler rivendicare, rimarcare qualche concetto che ad oggi gli era sfuggito. Proprio quel Love & Hate poneva infatti l’accento su temi quali l’accettazione, le dinamiche del potere aggiornate ai nostri tempi e riflessioni accorate su cosa significhi essere umani oggi. Temi che ritroviamo anche in questa terza prova, affrontati però con diversa consapevolezza e raccontati con accenti e timbri differenti.

Sebbene il team in regia non muti (ci sono ancora mani e orecchie di Danger Mouse e Inflo), a mutare è il sound che contraddistingue KIWANUKA: spariti gli echi floydiani e le suite strumentali e abbandonate le arie folk degli esordi, il musicista britannico sembra volgere lo sguardo verso altri miti del passato quali Gil Scott-Heron e Otis Redding. Un classicismo dalle venature profondamente black che vive di picchi emotivi (Hero, brano dedicato all’attivista americano Fred Hampton ucciso dalla polizia nel 1969), spazi soul vintage (Hard To Say Goodbye) e raffinatezze afrobeat assortite (You Aint the Problem). Il tutto condito da tematiche che rispecchiano la natura d’artista immerso nel proprio tempo, con tutti gli strascichi che inevitabilmente si porta dietro. Malinconia e sopraffazione che però riescono ugualmente ad aprire squarci di luce (Light) e a ricucire ferite (Solid Ground).

Ma KIWANUKA è soprattutto un inno all’«auto-accettazione», ed è lo stesso artista a dichiararlo. Con l’industria discografica che, subito dopo Home Again, lo ha sempre spinto a trovare un alter-ego che potesse in qualche modo identificarlo in modo più immediato (omettendo quell’eredità africana), Michael Kiwanuka ne ha invece ricavato nuovi stimoli per rendere sempre più distinguibile e personale il proprio sound, imponendo stile e ritmo. È quello che succede in questo disco che, per la sua natura controversa, ha il grande pregio di suonare come classico e contemporaneo allo stesso tempo. Un auto-ritratto autentico – a colpi di pulsante jazz, soul e afrobeat – su cosa significhi sentirsi uomini in questi tempi di profonda paura del “diverso”.

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