Recensioni

L’idea di un documentario su Donald Trump, Michael Moore l’ha sempre coccolata parecchio. In un segmento della sua ultima fatica, infatti, viene mostrato un incontro pubblico tra i due al The Roseanne Show, dove già all’epoca il futuro Presidente degli Stati Uniti impose un veto alle domande del promettente cineasta. Ma si sa, Moore non è un tipo da fare un film fine a se stesso, serviva l’occasione giusta, e questa è puntualmente arrivata il 9 novembre 2016, quando gli Stati Uniti si risvegliarono con Trump eletto 45° Presidente della loro storia. Fahrenheit 11/9 non solo sfrutta il titolo dell’opera più nota di Moore (Fahrenheit 9/11) – grazie a una coincidenza impressionante – ma è legato a quest’ultimo in maniera innegabile. Se nel film vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes 2004 venivano rivelati i rapporti tra la famiglia Bush e quella di Osama Bin Laden che portarono agli attacchi dell’11 settembre e alla conseguente decisione di invadere l’Afghanistan, in Fahrenheit 11/9 Moore cerca di tracciare il percorso compiuto dalle politiche – disastrose – sia del Partito Repubblicano sia – soprattutto – dal Partito Democratico negli ultimi 10 anni.
La vicenda che fa da base alla narrazione è il disastro ambientale provocato dalle politiche nefande (e mosse dall’avidità e dalla corruzione) nella città di Flint in Michigan, dove nel 2014 venne scelto di cambiare la sorgente di approvvigionamento d’acqua dal lago Huron al fiume Flint. La conseguenza diretta di tale scelta – oltre a portare nelle casse dei finanziatori e dei governatori molti milioni di dollari – fu la contaminazione da piombo dell’acqua, con ripercussioni gravissime sulla popolazione della cittadina, costretta ad acquistare bottigliette confezionate per l’uso quotidiano. Dall’inchiesta emergono anche alcune contraffazioni delle analisi mediche (grazie a varie testimonianze) e anche l’ipotesi che il governatore del Michigan, il repubblicano Rick Snyder tutt’ora in carica, fosse a conoscenza di tale pericolo. Questa crisi è fondamentale per l’analisi di Moore sulla sfiducia della popolazione nei confronti delle istituzioni e in special modo del Partito Democratico (persino Obama, nel corso della sua visita a Flint, minimizzò la gravità di tale crisi), considerato il vero responsabile dell’ascesa politica e della vittoria elettorale di Donald Trump.
Le menzogne dei democratici hanno minato alla base l’efficacia di un candidato donna alle Presidenziali (i congressi elettorali che scelgono Hillary Clinton a dispetto dei successi di Bernie Sanders alle primarie), svuotando in un colpo solo la tenuta del suo elettorato e la fede in toto nel voto. Oltre 100 milioni sono state le persone che non si sono recate alle urne alle ultime Presidenziali, favorendo così l’elezione del razzista Trump. Per Moore nulla è così semplice, c’è sempre un filo conduttore in grado di spiegare il ripetersi di determinati eventi nel corso della storia, e di certo i paragoni con la figura di Adolf Hitler e il conseguente olocausto non appaiono affatto campati per aria; il regista, nel suo processo di ricerca e analisi, non risparmia una stoccata decisiva anche ai mezzi di comunicazione di massa, spesso incolpati di aver agito esclusivamente per fini commerciali (sono tutte multinazionali che fatturano milioni al giorno) anziché per fornire vera informazione (e i posti dirigenziali di tali aziende sono occupati da gente che andrebbe un attimino riconsiderata).
Durante l’intervento alla Festa del Cinema di Roma – dove il film è stato proiettato in anteprima – Moore ha espresso la sua opinione anche sulla politica italiana: « Ho visto la TV italiana e ho capito perché, malgrado i tanti errori, Salvini e Di Maio sono così popolari. È successo come da noi: la TV offre alla gente solo intrattenimento puro. Trump è bravissimo in questo e le persone lo amano. In Italia – continua – Salvini e Di Maio sono visti come intrattenimento. Le forze progressiste hanno pensato che per vincere fosse meglio essere un po’ meno di sinistra e si sono spostate verso il centro perdendo la loro identità. Hanno pensato che per battere Berlusconi prima, e Salvini poi, fosse necessario non essere troppo di sinistra e hanno detto ai loro elettori: non sappiamo bene chi siamo, ma voi comunque votateci lo stesso. Berlusconi e Salvini si mostrano come sono e se fanno dichiarazioni idiote ne rivendicano la paternità. Allo stesso modo George W. Bush rivendicava la sua ignoranza, era soddisfatto nel raccontare che a scuola andava malissimo. Mio padre, invece, era un operaio ed era felice di votare Kennedy perché lo riteneva una persona più istruita di lui, più intelligente, più capace e si fidava».
Condito dalla sua solita goliardia («se Trump è presidente la colpa è di Gwen Stefani!») e dal suo indistinguibile protagonismo (lo si vede innaffiare la villetta del governatore Snyder con la stessa acqua inquinata del fiume Flint), Fahrenheit 11/9 di Michael Moore conferma che Black Mirror non ha inventato nulla. Al contrario, ha solo elaborato la realtà di tutti i giorni, quella che abbiamo sempre avuto sotto gli occhi, ma che eravamo troppo impegnati a ignorare. La sua vera forza, tuttavia, sta nella capacità di rilanciare con la moneta della speranza, indicata nei movimenti giovanili sorti in seguito al massacro alla Marjory Stoneman Douglas High School (a Parkland). Le nuove generazioni, quelle cresciute dai social network, con preparazione e determinazione, sono secondo il cineasta le uniche in grado di spazzare via l’attuale classe dirigente di ogni Paese e mettere fine all’odio, al razzismo diffuso, al bigottismo fuori tempo perché «la democrazia non è qualcosa da preservare, ma un obiettivo da raggiungere». La pellicola sarà proiettata nelle sale italiane in un evento speciale il 22, 23 e 24 ottobre.
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