Recensioni

6.8

Se pensavate che il concetto di “supergruppo” fosse superato nel 2018, beh, vi sbagliavate di brutto: abbiamo fatto di tutto per scordarci di questa funesta nomenclatura, talvolta celandola dietro al termine più democristiano di “collaborazione” (anche se il featuring è una roba leggermente differente ma vabbè), oppure semplicemente dietro ad un oceano di pernacchie. Il fatto è che tali progetti vengono inizialmente lanciati nel mercato come la nuova frontiera e/o roba assolutamente imprescindibile nella vostra collezione di vinili, salvo poi rivelarsi, nella maggior parte dei casi, delle ciofeche pazzesche, o comunque album/EP/performance in cui parte del tutto non funziona, personalità ingombranti si pestano i piedi a vicenda e ciò che ne esce è molto probabilmente un pout-pourrì di ciò che doveva essere e non è stato.

La ragione di cotanta avversità verso operazioni del genere risiede nella storia recente, ed è avvalorata dalle motivazioni per cui fare una band con membri di altri gruppi coevi e illustri (Audioslave, per citare il primo che mi viene in mente) non è scaturito dalla semplice volontà di mettersi lì e cazzeggiare con qualche amico di vecchia data, ma è sintomo di un impoverimento artistico e/o del fatto che qualcuno ha da pagare le bollette, con l’aggravante che molte teste coronate (o presunte tali) e fighetti da blog musicale reputino tali operazioni un filo demodé rispetto a un’era in cui si torna ad affermare l’identità e l’individualità come segni di credibilità artistica. Ciò comunque non toglie che nel tempo siano fiorite collaborazioni in cui due o più teste pensanti all’interno del processo creativo siano riuscite a generare un ibrido sonoro in cui non si capisce dove finiscono le idee di uno e inizino quelle dell’altro, con risultati lodevoli ma anche sorprendenti (l’album dei Suuns con Jerusalem in My Heart di un paio di annetti fa era una bomba totale).

Un genere che pare essere impermeabile allo scorrere del tempo e delle mode, e quindi al malleus maleficiarum di cui sopra, è senza dubbio la psichedelia, intesa in senso lato, con tutti i prismi e lo spettro sonoro che fino ad oggi è andato a lambire: probabilmente, questa predisposizione alla mescolanza e alle contaminazioni è dovuta a vari fattori contingenti al genere, uno su tutti la qualità “psicotropa” appunto delle vibrazioni ivi emanate, a partire da pratiche oscure e rituali come le jam a rotta di collo, e in definitiva il concetto di “perdersi nel flusso”(teorizzato da Leary e confermato sul finale di Revolver dai Quattro di Liverpool) come scopo ultimo del musicista in acido. Ecco quindi che una delle etichette europee più in vista relativamente a certi suoni, la Rocket Recordings, propizia e diffonde questa nuova joint venture cui partecipano quattro personalità di spicco della scena psych, a loro modo differenti e affini per molti fattori: abbiamo Alex Maas, frontman dei Black Angels, Rishi Dhir (Elephant Stone), Tom Furse (produttore, tastierista degli Horrors nonché titolare di un programma bellissimo su NTS) e John Mark Lapham (The Earlies), che fanno scorribande a giro con il nome MIEN. Questo è un progetto che già dal primo singolo Black Habit lasciava intuire una direzione piuttosto precisa e ben prevedibile, ovvero una roba a metà tra le pulsioni ossessive del krautrock, con un’infarinatura di elettronica e basse dub, e una spolverata elettrica vecchia scuola di spezie indiane, sitar e riff mantrici.

Semplice no? Ciò che invece troviamo nell’omonimo lavoro dei quattro (mai a stretto contatto durante le sessioni di registrazione, ma dislocati in varie parti del globo) è una dose preponderante di elettronica, con l’apparato fisico e acustico ad intervenire sporadicamente – in fondo, il sitar è meno invadente di quanto potesse sembrare (e vivaddio) e le chitarre non ci sono mai (o quasi), e se ci sono comunque non giocano un ruolo così fondamentale nell’economia sonora. Il disco, diciamolo subito, è piuttosto modesto e suona come una specie del cazzeggio tra amici di cui sopra (così come dovrebbe suonare ogni album in cui degli artisti collaborano), de facto annullando quello spiacevole dogma sensazionalista da “ultimo album prima della fine del mondo” ma precludendosi la possibilità di venir ricordato come un’opera realmente memorabile; piace comunque che vi sia un accenno di ricerca sonora e di cura per i dettagli, e che non ci si trovi di fronte ad un’accozzaglia di influenze: si passa da cut-and-paste elettroacustici (Western Shouting) a cose più didascaliche che prendono in egual misura dai Suicide e dai Silver Apples quanto dagli Hawkwind (Odessey), fino ad arrivare a roba assolutamente fuori controllo, che si rivela poi essere la ciccia buona di tutto il discorso – i tribalismi sintetici di Echoalia e i raptus quasi industriali di Hocus Pocus (forse la migliore del lotto). C’è anche spazio per un po’ di ambient, che non fa mai male, nel lungo intermezzo Other e nel finale di Earth Moon (Reprise), che rendono un’immagine quasi oscura e dimessa della psichedelia 2k18, qualcosa che è più vicino ai Tangerine Dream (Ropes) e agli incubi sintetici di Alan Vega che ai fiori tra i capelli di Haight-Ashbury – e menomale, direte voi, che i tempi sono un po’ cambiati.

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