Recensioni

Non sempre il boom di un genere (o di un macro-genere) favorisce i singoli lavori che ne derivano. Un po’ come quei talenti sportivi giovanili cui non viene data la possibilità di maturare e che si bruciano sull’altare dello “strafare”, gli album black soffrono di una – per molti versi giusta e sanissima – lotta lungo il sentiero dell’ambizione, soprattutto nell’ultimo, fortunato, biennio. Una lotta cui noi ascoltatori speriamo gli artisti non rinuncino mai, ma che molto spesso vede gli album farsi contesto e pretesto, più che testo. Per carità, non che Miguel Pimentel, con questo Wildheart giunto al terzo disco dopo il bello e fortunato Kaleidoscope Dream, sia uno sprovveduto: si tratta pur sempre di uno che si è detto migliore di Frank Ocean, e per fare certe esternazioni un po’ di ciccia su fuoco dev’esserci (e c’è).
Convivono, nelle sedici tracce che compongono il disco, tutti gli elementi della copertina: il biblico, il sensuale, il cosmico, l’ego trip gangsta di chiara matrice hip hop (un pezzo dal titolo NWA come vuoi interpretarlo?), il machismo, ma, come spesso accade in questo tipo di cantori, anche la tenerezza. Rispetto al passato, Miguel abbassa l’asta della melodia e alza quella della commistione tra chitarrismo e sintetico, in un impasto perfettamente equilibrato dove la convivenza spesso è all’interno dello stesso brano.
L’asta della melodia si è abbassata, si diceva, ma Miguel resta pur sempre un autore pop, che già nel trittico iniziale regala un saggio delle sue capacità: il riverbero electro continuato e sofferto di A Beautiful Exit (ed è divertente che un album si apra con un’uscita), DEAL che parte lenta e poi prende la tangente per un funk benedetto da Prince e D’Angelo nel suo chitarrismo sempre ai limiti dell’incendiario con contrappunto di tastiere, e soprattutto The Valley, in cui l’industria porno viene narrata con un ritmo esasperatamente lento, il pulsare gommoso della ritmica, il ritornello killer e le voci che si attorcigliano, si snodano, sudate come Al Green dopo una cura di elettronica.
Il funk e il soul, elettronici o artigianali, si alternano in tutta la tracklist, con il santino di Sly in mostra in Waves, mentre nella bella Leaves – scritta con Billy Corgan – viene fuori il pathos romantico. Ci si potrebbe fermare qui, affermando che ci troviamo davanti ad un album che fa il suo dovere, e che mostra un autore che usa gli strumenti del moderno r’n’b per portare avanti un discorso fatto di chiarezza e di urgenza espressiva nella maniera più semplice possibile, senza grossi fraintendimenti.
Il problema di Miguel è che, seppur ben congegnata, la sua musica soffre di una positività anni Ottanta quasi irreale. È musica anche pacchiana, e il mistero che la circonda si svela in pochi secondi. Didascalica nel suo voler dire tutto e bene (non troverete, o troverete con molta difficoltà nei suoi brani, crasi o contrazioni), emergono così le banalità legate ad alcuni temi di fondo: il caffè legato al sesso (Coffee), il gangsterismo fine a se stesso, il sesso e l’ego continuamente ostentati. Tutto già sentito tante, troppe volte, e dunque, al netto di brani efficaci, prevedibilità e temi grossolani pongono l’ascoltatore di fronte alla classica scelta del prendere o lasciare.
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