Recensioni

C’è una sottile linea rossa che in questo periodo unisce alcuni artisti del pantheon della musica italiana. Per farla breve: per un Morricone che festeggia i suoi sessant’anni di carriera – in cui spicca anche «il classico di Mina per antonomasia» (Mattioli, Superonda) – c’è una Anna Maria Mazzini di Busto Arsizio che omaggia l’indimenticato Lucio Battisti. Sono nomi e volti che evocano un periodo d’oro per la musica leggera nostrana, anni in cui la più grande interprete italiana duettava col più grande innovatore del pop del belpaese, sfera sonora che godeva spesso delle incursioni del maestro romano che nelle colonne sonore ha trovato la sua più grande valvola espressiva. Inutile arrovellarsi su cosa sia rimasto oggi di tutto questo. È utile, invece, capire quanto l’ennesimo tributo al genio indiscusso di Lucio Battisti possa aggiungere qualcosa al suo ricordo o al bisogno che dovremmo sentire tutti di rifugiarci nella sua schietta consapevolezza, nel suo conoscere le regole del gioco, nel suo saperle piegare e personalizzare, caratteristica quest’ultima che va a braccetto con un grande amore per il sound angloamericano di quegli anni. Sulla voce di Mina, poi, sarebbe meglio non spendere troppe parole e lasciare che l’interpretazione di Se Telefonando faccia tutto il resto.
Allora, come guardare da vicino Paradiso, ora che abbiamo riabilitato artisti con imperdonabile ritardo (vedi Dalla, ma anche De André) e rivalutato l’impossibile (tipo 883)? Sicuramente con la consapevolezza di trovarci di fronte a un’artista (due, in realtà) che ha trasformato la sua assenza in presenza e, soprattutto, in essenza creativa. Lo fa Mina da ormai quarant’anni e lo ha fatto il nostro caro Lucio dal 1976 al 1998, anno della sua morte. Detto questo, c’è un ultimo aspetto da considerare: la voce di Mina, che invecchia (?) benissimo, come i Rolling Stones. In realtà, c’è poco di nuovo: Paradiso raccoglie il meglio di rifacimenti editi e qualche chicca, come Vento nel vento, arrangiata da Rocco Tanica, Il tempo di morire, arrangiata da Massimiliano Pani e altre canzoni interpretate in spagnolo e francese. Nonostante la perfetta tempistica (siamo in piena zona Bublé) e l’accattivante confezionamento di tracklist ed elementi para-musicali, anche in questo caso traspare quella che Mina descriveva allo stesso Battisti nella lettera successiva alla sua morte come «la coscienza di fare qualcosa di perfetto che mi dava il cantare i tuoi pezzi».
Non siamo di fronte a quelle operazioni da filologia feticista per appassionati che passerebbero tranquillamente giornate ad ascoltare strumentali, rimasterizzazioni, outtake, b-side e quant’altro, ma Paradiso ferma gli orologi a quei celeberrimi dieci minuti scarsi del 1972 quando due purosangue della musica leggera italiana hanno dato dimostrazione che l’eccellenza non è esclusiva di contorti labirinti celebrali ed elitari e che il pop, se fatto come si deve, riesce nell’intento di accomunare diverse latitudini economico-sociali e geografico-culturali. Quest’ultimo è un pregio che in molti riconoscono all’indimenticabile Battisti – parliamo del fatto che a fischiettare i suoi brani era l’imprenditore così come il “borgataro” – e, di riflesso, lo dovremmo traslare alla voce di Mina, che non perde occasione per tributare uno dei grandi Lucio del belpaese, tentando di addolcire quell’amaro che la sua assenza, dopo vent’anni, ancora ci fa sentire non appena quella voce roca riprende a cantare.
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