Recensioni

I Minus The Bear tornano con un nuovo album, Voids, che riprende l’equilibrio tra indie e dancefloor dei precedenti lavori allargandolo a quell’apertura pop che ne ha – da sempre – ostacolato la reale quadratura stilistica (più che il contrario). Il nuovo capitolo della discografia del gruppo a stelle e strisce è un po’ la summa dei limiti raccolti fin qui: sensazione di déjà-vu a galoppare freneticamente tra tutte e dieci le canzoni in scaletta e il tentativo di proiettare il sound verso un rock stereotipato da classifica, con innocui risultati.
Le sfumature del disco vanno dai Depeche Mode “indiecizzati” di Last Kiss alla ballatona Call The Cops, passando per un precario punto d’incontro tra math e rock mainstream (Invisible o Tame Beasts). È un po’ come accendere la radio e ascoltare a casaccio brani dei Biffy Clyro o, peggio ancora, dei Nickelback: una sequenza di cliché sparpagliati che non segue alcun flusso omogeneo e, soprattutto, pecca di incisività sia sul piano musicale che dal punto di vista dei testi. Il risultato è un excursus di quasi cinquanta minuti in cui trionfa l’anonimato e dove l’attenzione dell’ascoltatore non viene mai stuzzicata da alcun cambio di rotta. Non siamo qui a chiedere di snaturare l’identità della band, semmai la questione si pone a parti invertite: sono i Minus The Bear ad aver dato via tutto – e da anni – per una fetta di airplay radiofonico.
I vuoti nel titolo del sesto album dei Minus The Bear potrebbero essere quelli a cui la stessa band ci ha abituati in termini di creatività. Voids è l’ennesima occasione sprecata.
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