Recensioni

7.3

Dietro la sigla MJ Guider si cela una signorina, Melissa Guion, responsabile in toto sia di questo Precious Systems, suo esordio per la storica Kranky, sia del mini precedente Green Plastic, nonostante ora la formazione, si presume in sede live, si sia allargata a trio. E quella unica depositaria della sigla sembra avere le idee molto chiare. Dal punto di vista teorico in primis, avendo incentrato il disco su New Orleans, città in cui risiede, e sui contrasti tra paesaggio naturale e paesaggio industriale che, dopo serie TV e varie documentazioni mediatiche post-Katrina, non esitiamo a credere molto suggestivi e ben netti nella loro opposizione. Da quello strettamente musicale pure, visto che, per essere un primo passo, viaggia che è un piacere piazzando un centro aggregante (l’elettronica analogica a base di synth e ammennicoli vari) che si modula di volta in volta su una serie di standard, senza per questo risultare artefatto.

Shoegaze si sarebbe detto un tempo evidenziando l’umoralità a capo chino, gli eterei svolazzi, l’introspezione a volte anche esagerata (Their Voices Clear Now); ma qui non ci sono chitarre, allora per mettere più a fuoco la questione si può pensare al dream-pop per via dei numerosi aspetti onirico-immaginifici che vengono fuori dall’ascolto (preferibilmente notturno e al buio). Però di pop sognante in senso stretto ve ne è poco, perché spesso le trame si infittiscono dal punto di vista sintetico-ritmico (White Alsatian) aggiungendo al drone nebbioso un pulsare robotico, extra-umano, da cassa dritta andante, per una decina di minuti di viaggio ipnotico e suadente (Evencycle). O, ancora, si rarefanno fino a sfaldarsi in distese ambientali tutto riverbero, pulviscolo sonoro e paesaggi asettici (Former Future Beings), sfiorando la stasi, lasciando spazio per lo svanimento e l’introspezione shoegaziana (e tutto torna daccapo).

C’è poi, ovunque, molta altera e algida eleganza da dama in nero a mischiare ancora di più le carte in tavola, collegando Cocteau Twins, Zola Jesus, Slowdive, heavenly voices, Grouper e non si sa quante altre suggestioni con una linea comune eterea, labile, sfumata. Tutto questo per dire delle molteplici forme che MJ Guider fa assumere alle sue musiche, della sua capacità di suonare “classico” pure al primo vero e proprio disco senza risultare “derivativo”, mostrando una certa padronanza delle atmosfere create che ne fa una specie di stellina del sottobosco. Disco da ascoltare e riascoltare.

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