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Karen Marie Ørsted, in arte (“vergine”), è una giovane danese classe ’88 dalla treccia bionda e dall’aria apparentemente innocente, cresciuta a pane, Spice Girls e Sonic Youth. In verità, la sua carriera inizia cinque anni fa all’insegna del rap, quando la ragazza canta strofe tipo When I Saw His Cock che sembrano venire dirette dall’abecedario di Peaches. Nel 2012 esce il singolo Maiden, che vede un’orecchiabilissimo giro di chitarra elettrica, poi, ad ottobre dello scorso anno, arriva l’EP Bikini Daze, che traccia il solco del primo LP con due canzoni su quattro presenti in entrambi i lavori. Spicca la delicatissima e malinconica Freedom (#1), tutta ugola e pianoforte: uno dei pezzi migliori dell’artista che purtroppo non rientra in No Mythologies To Follow.

Nato in collaborazione con il produttore Ronni Vindhahl – conosciuto in patria per essere parte del duo di Copenaghen No Wav. e fondatore del collettivo Boom Clap Bachelors, a cui si deve il campionamento presente in Bitch, Don’t Kill My Vibe di Kendrick Lamar -, il disco di debutto viene circondato da una discreta dose di hype, con il profilo Facebook di Karen che tocca quota 100.000 fan. Senza girarci troppo attorno, è un debutto efficace, una bella boccata d’aria fresca che giustifica le attese. Merito di una gran voce, delicata, aggressiva e sognante a seconda del momento, e di un’estetica azzeccata e mai invadente che riesce a bilanciare una produzione di stampo hip hop con vocalizzi debitori tanto verso l’r’n’b attuale, quanto verso il girl pop dei ’50.

Si passa dal synth-pop di Slow Love agli ammiccamenti delle ultime Cocorosie di Red In The Grey, passando per lo squillante electro-pop sul tappeto post-trap di XXX 88 che vede la presenza dell’amico Diplo. L’hip hop è un po’ il grande amore di MØ  lo si nota nei campionamenti di Pilgrim – ma la ragazza spazia e in Dust Is Gone sembra cantare Lana Del Rey, con tanto di ovattato e lamentoso andamento da sensualona. Never Wanna Know è uno degli episodi più convincenti, con la Nostra che canta una storia d’amore ormai conclusa e un ritornello che, per quanto non sia il massimo a livello di songwriting, ti entra facilmente in testa (“I never wanna know the name of your new girlfriend”). C’è anche spazio per il tributo alle eroine di gioventù: a dispetto del titolo, Don’t Wanna Dance è uno dei pezzi più divertenti e ci catapulta negli anni d’oro di Geri Halliwell e compagne (rilette anche nella recente cover di Say You’ll Be There).

Una prima prova più che convincente, che non inventa nulla ma riesce a imitare e rielaborare con un taglio attuale concetti già ampiamente esplorati, definendo MØ come una delle figure più invitanti della scena pop contemporanea.

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