Recensioni

6.8

Mai prima d’ora Moby era stato così prolifico. Tra il 2016 e oggi si contano ben quattro album –anche se uno è un lavoro pensato per le session di yoga – e un’autobiografia (Porcelain). Il producer di New York, decisamente scottato dalla nomina a Presidente di Donald Trump, ha cavalcato la sua rabbia catalizzandola al meglio e indirizzandola verso territori spigolosi, accelerati e forse anche un po’ retorici; d’altronde, i due album usciti in successione nel 2016 (These Systems Are Failing) e 2017 (More Fast Songs About the Apocalypse) e accreditati al progetto The Void Pacific Choir indicavano una specifica voglia di denuncia giustificata dal crescente clima di odio politico (soprattutto americano ed europeo verso la questione migranti) e dalla tensione internazionale tra Stati Uniti e Corea del Nord (i continui riferimenti all’Apocalisse), ma che di fatto si esauriva nello spazio limitato e didascalico di quei due lavori.

Tornato alla sua consueta dimensione solista (sebbene con Richard Melville Hall non si possa mai parlare di lavoro in solitaria), quello di Everything Was Beautiful, and Nothing Hurt è un artista che ha ritrovato il senso di una certa malinconia, perduta e affogata nella rabbia indisciplinata dei due precedenti lavori. Un Moby, quindi, che riprende il discorso da dove lo aveva interrotto (Innocents, 2013) e lo arricchisce di elementi che nulla hanno a che vedere con il pessimismo cosmico dei The Void Pacific Choir, ma che al contempo non può in alcun modo ignorarli, perché ormai parte fondante del suo essere, della sua metamorfosi artistica – proprio grazie, o per colpa, dei nuovi angosciosi scenari politici. La rabbia – che pure è sempre presente – è adesso mitigata da una malinconia ambigua, capace cioè di trasformarsi ora in luminosa speranza, ora in sconforto infinito («Sometimes I feel like a motherless child / So far from home»).

Gli spettri del passato musicale riemergono sotto una luce diversa, più oscura, ma con quel guizzo di speranza consapevole che non abbandona mai le stanze dell’edificio alternativo costruito da Moby (The Ceremony of Innocence). Fa di continuo riferimento al passato Melville, ma non lo guarda mai con nostalgia illusoria, anzi, è un passato triste, non privo di perdite e di paure; eppure, se paragonato al presente, acquista la dimensione paradisiaca di un tempo di sogni infiniti e speranza, di cui si sente forse troppo la mancanza (The Tired and the Hurt). Si potrebbe (quasi) pensare alla forma del concept, per questo Everything Was Beautiful, and Nothing Hurt, nettamente diviso in due parti distinte: la prima con la mente costantemente rivolta all’indietro e la seconda immersa nell’oscurità del presente (Welcome to Hard Times). In effetti, la dimensione di concept è già ricercata nell’ispirazione, visto che il titolo stesso è una citazione del romanzo distopico di Kurt Vonnegut, Mattatoio n.5.

La rinascita mentale e fisica di Play, l’ottimistica speranza di 18, l’esaltazione adrenalinica di Hotel, il viaggio nostalgico di Last Night, sono tutti annegati nello sconforto dei tempi recenti, nella preghiera per un domani migliore, in cui non si può che chiedere all’ascoltatore un bisogno disperato di amore, comprensione e unione fraterna (Falling Rain and Light). Nella speranza che il domani non muoia mai.

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