Recensioni

7.2

Nel 2002, il primissimo incontro tra i due Modeselektor e Apparat non funziò granché. Doveva uscire un album e invece il trio s’accontentò di un EP con un titolo piuttosto emblematico Auf Kosten der Gesundheit, ovvero a costo della salute. Troppo differenti, infatti, gli approcci delle parti coinvolte e, con il senno di poi, troppo differenti anche i percorsi che Sebastian Szary, Gernot Bronsert e Sascha Ring stavano per intraprendere negli anni a venire, con i primi a muoversi sardonici nelle correnti dell’electro e della bass music senza negarsi battute spezzate, hip hop – e in dj set specialmente – e qualsiasi espediente elettronico potesse far muovere il culo alle masse e il secondo, al contrario, a misurarsi sempre più con le stelle, in una costellazione di sentimenti che trovano nel dream pop (e in una band) lo sbocco più naturale.

Dopo un secondo tentativo abortito ai Berlin-Mitte City Pool, la ragione sociale Moderat riappare nel 2009 e questa volta il registro è un altro, perché c’è un album congeniato alla perfezione. Una tracklist con l’ombra lunga di Kid A e il beneplacito di Yorke (che, per la cronaca, ha partecipato al secondo album della coppia Happy Birthday! e replicherà in Monkeytown), un disco dove c’è tutta una Germania techno emozionata dentro il cuore di una electro che sa arricchirsi di sinfoniche austerità popadeliche. C’è un album che dialoga fascinoso tra ritmi e melodia e c’è una formazione che l’UK sound lo guarda molto da vicino (angolando alla bisogna garage-2 step e post-jungle, come dire Burial e la DMZ) e compensa le zone scoperte con un trittico di ospiti in zona l’hip hop (con Busdriver) e reggae dub (le star germaniche Seeed e Paul St. Hilaire, quest’ultimo già di casa con Rhythm And Sound).

Quando i percorsi si separano nuovamente, i tre produttori procedono in qualche modo in parallelo e su binari solidissimi: Monkeytown dei Modeselektor è l’album produttivamente più solido della coppia, The Devil’s Walk della Apparat Band, l’approdo formale dell’estetica dream tanto cercata da Ring e la sonorizzazione della piece teatrale Krieg und Frieden di quest’utlimo a ricordarci quanto nei fuori programma, Sascha, sia ancora in grado di superarsi.

Metteteci che, nel frattemo, Thom Yorke si è portato in apertura di alcuni concerti dei Radiohead entrambi i progetti e otterrete senz’altro un’attesa piuttosto alta per questo Moderat II, lavoro che si rivela da subito un album posizionato nel presente anche meglio del suo predecessore. Se il primo capitolo respirava l’oscurità della dubstep, il nuovo episodio è il trionfo del colore e dell’estate di molte delle traiettorie del suo post-, prima tra tutte la UK garage che i nostri avevano già ben presente con Burial e pure con tutta una ripresa di trip hop breakbeat, r’n’b e synth scenici che abbiamo visto, tra l’altro, anche ai piani alti in classifica. Da queste parti, s’aggira il primo singolo Bad Kingdom, un brano funzionale che si gioca l’ultimo ponte con le spinte electro del passato aprendo così a una tracklist anche molto 90s, dominata cioé da profumi new age (Versions) mescolati a mestizia pallida à la Yorke e freschi fermenti sempre brit dalle parti di Holy other e Girl Unit (la buona Let In The Light). Milk fa un po’ lo spartiacque della scaletta: ci troviamo dentro un looping à la The Field di dieci minuti ad aprire a una seconda parte che si specchia nel misto di canzoni e strumentali della prima.

C’è da dire che alcuni interludi sono tra l’ottimo (il mix tra dubstep e idm di Ilona) e il prezioso (This Time) e le canzoni lo sono meno (anche se quest’ultime apparecchiano una scaletta che scavalca certe rigidità di The Devil’s Walk). Così come Damage Done che è lì per essere “Quel pezzo” poi non si rivela all’altezza delle aspettative. Tutto rientra nel gioco delle sintesi, forse troppo, ma questo mood, pur studiatissimo, le sue strade per il cuore è in grado di trovarle.

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