Recensioni

Energia e sentimento. Pulsioni elettroniche intelligenti, estetica dream pop. Non separate su binari paralleli, ma che viaggiano unite, a volte l’una superando l’altra, ma sempre con una logica comune. Si è già parlato abbondantemente di come, arrivati all’ultimo album, IIIApparat e Modeselektor abbiano trovato la definitiva amalgama nel progetto Moderat. Il loro live e la relativa setlist lo dimostrano. Ad ospitarli è stata una location di pregio storico e artistico come la Reggia di Venaria Reale, a pochi passi da Torino. Patrimonio UNESCO e progettata nel 1658 da Carlo Emanuele II come base per le battute di caccia, la storica Reggia è stata scelta da Club To Club per la terza data italiana del tour dei Moderat, che già ad aprile aveva toccato Milano e Roma. Complici i successi e i sold-out di quegli appuntamenti, uniti ad un seguito sempre più numeroso, si è aggiunta questa tappa unica per fascino della location.

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Già intorno alle 20:00 l’atmosfera è vivace. Tra il pubblico, sono tanti i ragazzi, ma non mancano famiglie e turisti, incuriositi da un concerto in una residenza storica. Il producer Lone è chiamato ad un mini live set di apertura. Reduce dall’uscita dell’album Levitate, con rimandi alla rave culture e al breakbeat, l’inglese di Nottingham sceglie di scaldare la folla con le atmosfere wonky beat di Los Angeles e cosmic-disco dei suoi precedenti lavori, puntando sulla cassa dritta, su sonorità fresche e solari. Ci saremmo aspettati una vena più sperimentale, stretta ai 90s più acidi, più legata al suo ultimo lavoro. Fatto sta che il compito di cominciare a scuotere le gambe sotto al palco gli riesce bene. E così, quando on stage compaiono Sasha Ring, Gernot Bronsert e Sebastian Szarzy, in tenute nere da buoni clubbers berlinesi, l’atmosfera è alle stelle. È il momento di Ghostmother, punto più alto di III, come aveva notato Luca Roncoroni in sede di recensione. I beat spezzati e i pad secchi fanno spazio alla voce, calda e sofferta, di Apparat, mentre il brano, melodico e dreamy, evolve secondo una struttura pop, segnando appunto quella che è l’evoluzione musicale del progetto. Che, però, non lascia da parte il suo passato. I Moderat sul palco non vogliono solo emozionare, far cantare e coinvolgere i cuori. E così attaccano con la cavalcata melò A New Error estratta dal primo album, che mette in primo piano, nel lavoro sulle macchine, Apparat. Sotto di loro ci si muove freneticamente, incantati da un visual adeguato alla musica, ispirato alle scelte grafiche degli album e dei videoclip. Già dopo queste prime due tracce, l’impressione è che si voglia mediare tra il mood sentimentale e quello da dancefloor, caratteristiche che, come dicevamo, segnano il fulcro del progetto Moderat.

Il volume appare un po’ troppo basso, ma forse la causa è da attribuire al pregio architettonico di una location che avrebbe potuto subire i danni con decibel troppo elevati. Questo fattore, però, lambisce solo minimamente la riuscita del live. Percorso che prosegue con la calma ed estatica Let in the Light, poi una Reminder dove si canta a squarciagola «Burning bridges light my way» in un tripudio di effetti robotici, synth eterei e bassi avvolgenti e intelligenti. Running continua sul binomio songwriting/cavalcate elettroniche, con la voce di Apparat in ottima forma, prima di arrivare alla chicca della serata: si tratta di Abandon Window, remix del 2014 di un brano di Jon Hopkins, una scelta che carica l’animo clubbing del pubblico con raffinatezza. Eating Hooks, la ballad glichata Rusty Nails (da Moderat) e la stupenda Last Time riportano Sasha al centro dell’attenzione, calandolo nel ruolo della popstar (non a caso, si sprecano le definizioni di pop futuristico) microfono alla mano, ma il lavoro di Bronsert e Szarzy non è meno importante nel creare con le macchine dinamiche e suoni orchestrali. I Nostri chiudono poi con No.22.

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Ringraziano, salutano, vanno via dal palco. Tutti sanno che torneranno, acclamati da una folla che aspetta con trepidazione la perla, la hit di Moderat, se vogliamo. E nessuno è deluso. Gernot Bronsert dei Modeselektor è il più carico, incita e coinvolge, usa anche l’italiano per salutare Torino. Poi indugia sul barrito da elefante per lasciare esplodere Bad Kingdom. E qui tutti cantano, negli occhi si colgono emozioni, i brividi che scorrono lungo la schiena, per il brano più atteso e amato dai fan del progetto. I tre lo capiscono e Sasha lascia anche cantare al pubblico il noto mantra «This is not / What you wanted / No what you had in mind». Apparat è al basso e continua ad ammaliare con le corde vocali in The Fool Intruder. I Nostri si concedono anche un secondo encore, affidando la definitiva chiusura ad una traccia strumentale, Versions, che esalta il lavoro ricercato sui beat, i synth allungati e i magici effetti vocals.

I tre salutano con inchini, mentre il sole è già tramontato da un po’ e il cielo stellato dona ancora più splendore alla Reggia. Location davvero suggestiva, adatta ad un live che, mescolando canzone pop e meccanismi elettronici in chiave dream pop, stimola un’atmosfera da sogno. E soprattuto abbraccia curiosità differenti, dagli amanti dei beat intelligenti ed energici ai sentimentali legati a testi ipnotici e voci malinconiche. L’amalgama è sul palco ma anche tra il pubblico. Non più Modeselektor+Apparat, solo Moderat.

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