Recensioni

A tre anni di distanza dal debutto The Shadow Of Heaven, un gioco di chiaroscuri più orientato verso le ombre (anche a livello di risonanza dell’album stesso), la formazione di Manchester Money pubblica il secondo lavoro, Suicide Songs, contenente nove brani dal tepore prettamente acustico che sembrerebbero aprirsi a una nuova luce. La nordica You Look Like A Sad Painting On Both Sides Of The Sky potrebbe da sola riassumere l’intero disco mostrandolo nella migliore prospettiva, ovvero nelle vesti di un malinconico ritratto costruito principalmente su voce, chitarra e pianoforte, elementi attorno ai quali talvolta s’innestano archi sciroppati ma trionfanti e sezioni di calorosi fiati (ad esempio in Suicide Song).
Nonostante il titolo (che il frontman ha definito lontano da qualsiasi connotazione negativa, e che invece vorrebbe ritrarre una verità poetica), non si tratta di un saggio musicato attorno alla tematica del suicidio, quanto piuttosto di un concept che ben sposa quella sensazione lasciata dalle festività natalizie ormai lontane, una sorta di horror vacui che in questo frangente, anziché prestarsi ad incitamento a inabissarsi nella mestizia, viene sfruttato per dar vita a qualcosa di esteticamente valido e che in sé racchiude l’anelito a qualcosa di superiore. A Cocaine Christmas and an Alcoholic’s New Year, posta alla fine dell’album, suona come il decadente preludio a tale rinnovamento, forse un sentito omaggio alla Fairytale Of New York cantata da Shane MacGowan insieme a Kirsty MacColl.
Jamie Lee si muove vocalmente quasi con timidezza, sebbene ogni sua parola sia ricca di pathos e realismo: non ricerca lo sfarzo per ammaliare né punta sulla produzione delle tracce per catturare la sua fetta di pubblico; sono i testi medesimi a trascinare l’ascoltatore lungo il percorso, grazie soprattutto alle ambientazioni profondamente umane che raccontano, vicine alle esperienze che in molti avranno già vissuto. Lee si dimostra quindi innanzitutto un ottimo poeta, capace di guidare l’audience fin dall’apertura crescente à la The Killing Moon di Echo & The Bunnymen I Am the Lord, passando per la vorticosa e orientaleggiante I Am Not Here, fino alla apparentemente pacata Night Came, che inscena un climax ascendente per poi esplodere con forza.
Non c’è autocompiacimento nella fragilità di cui è permeato Suicide Songs, bensì recondita speranza di un futuro che potrebbe stravolgere le carte in tavola. I Money hanno dato prova di saper fare ancora meglio rispetto all’esordio, scrivendo brani forti ed empatici per nulla gonfiati d’aria, in grado anzi di innescare una catarsi collettiva, e dunque di durare a lungo.
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