• Gen
    25
    2019

Album

Temporary Residence

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Nel 2019 è decisamente arduo non partire lievemente (eufemismo) prevenuti nei confronti di un nuovo lavoro targato MONO: l’ultimo album veramente degno di nota risale a dieci anni fa (il sublime e maestoso Hymn to the Immortal Wind) e al contempo i Nostri sono alfieri di una proposta che è probabilmente una di quelle maggiormente slegate dalla contemporaneità. Una proposta che, nonostante tutto, in due decenni è diventata album dopo album sempre più riconoscibile e per certi versi unica. Sebbene quello dell’unicità possa sembrare un valore da sbandierare con orgoglio nel caso dei MONO è, oggi più che mai, un grande limite: l’ormai rodata ricerca atmosferica che passa attraverso implacabili crescendo e melodie romanticamente nipponiche può forse toccare le giuste corde emozionali di chi si avvicina alla band – e più in generale al post-rock più epico e cinematico – per la prima volta. Difficilmente – e lo diciamo con quel rammarico tipico di chi è ormai assuefatto – potrà esaltare chi è già avvezzo a certi trucchetti.

Per spezzare la – mai del tutto disprezzabile – mono-tonia del proprio trademark sound, all’interno del decimo album Nowhere Now Here la formazione di Tokyo propone tre cambiamenti non rivoluzionari ma comunque rilevanti. In primis, nel singolo Breathe troviamo la bassista Tamaki nella veste di cantante. Il risultato è – incredibilmente – convincente, sospeso tra i classici momenti più minimali/messianici e situazioni oniriche ad altezza Lynch. Altro tassello importante è l’addio – per motivi personali – dello storico batterista Yasunori Takada, sostituito dall’americano Dahm Majuri Cipolla, il quale sembra però limitarsi principalmente a riproporre lo stesso tocco (garbato, quasi scolastico) di Takada. Il terzo elemento-novità è invece una (secondaria) presenza di tricks elettronici, come nel caso del tappeto di loop che accompagna inesorabilmente l’intera Meet Us Where The Night Ends (brano caratterizzato dalla consueta deflagrazione finale) o dell’arpeggio che emerge nella parte conclusiva di Sorrow, andando per certi versi a fare le veci delle orchestrazioni del passato.

Per il resto siamo nuovamente immersi nei paesaggi (commoventi, oscuri) dipinti dai due chitarristi Goto e Yoda e dai loro intrecci delay-friendly che accompagnano tanto silenziosamente i momenti più delicati, celestiali e rarefatti (God Bless, Parting e Funeral Songs, guarda caso le tracce più brevi) quanto rumorosamente le detonazioni melodrammatiche e il massiccio ricorso al climax. Esemplare, in questo senso, After You Comes The Flood (uno degli episodi più violenti dell’intera discografia dei MONO), che ripropone quel piglio apocalittico, tellurico e assolutamente pitch-black che era dietro al concept Rays of Darkness del 2014. L’unico brano che, però, ci sentiamo di promuovere a pieni voti è Far and Further: fluttuante come la leggera brezza che muove le foglie negli anime giapponesi, sembra in procinto di seguire la solita struttura ma non lo fa, fermandosi immediatamente prima del catartico muro di distorsioni.

Lontano dal diventare una tappa fondamentale dell’annata discografica, Nowhere Now Here è il classico disco che, per quanto dignitoso, sembra essere destinato quasi esclusivamente ai fan della band.

24 Gennaio 2019
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Nowhere Now Here

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