Recensioni

Quest’anno il Detroit Movement non si fa, dunque niente barbecue per il nostro Kenny Dixon preferito, che invece di distribuire in anteprima a conoscenti e amici la sua nuova fatica discografica tra bacon croccante e lattine di birra, si ritrova a dover pubblicare il primo singolo estratto su Bandcamp. E non aspettatevi il prezioso disco piazzato a prezzi improbabili su Discogs, quello è bello che andato e probabilmente non ne sapremo mai più nulla (forse una ristampa a peso d’oro tra una quindicina d’anni?). Questa volta per Moodymann niente strategie promozionali ad effetto, e – per fortuna – nessun episodio collaterale («Unlock the door now!») a fare da scura cornice per questa breve pausa discografica durata appena un anno (Sinner). Di mezzo, al massimo, una linea firmata per un noto brand di cappelli e una intervista più unica che rara concessa a RA – nel frattempo mandata al diavolo dal compare Omar S – per parlare solo e soltanto di skateboard.
Dall’ultimo – omonimo – album invece di tempo ne è passato parecchio, ed è bello vedere come pur restando essenzialmente fermo al suo posto, Moodymann riesca ancora a far pesare quei pochi centimetri di scarto che danno colore e senso d’essere ad ogni nuovo disco, allo stesso modo in cui l’apparente immobilismo – almeno per chi guarda da fuori – di Detroit fortifica giorno dopo giorno l’orgoglio e la fierezza dei suoi nobili cavalieri. La faccenda, anche in questo Taken Away con tanto di Lenny Krav…ops Kenny Dixon Jr. piastrato in copertina, è sempre la stessa. La polaroid è ancora quella proiettata sul ghetto e la sua ordinaria follia, di cuori vivissimi che pulsano ognuno con il proprio tempo, respiri e suoni (quella sirena che oggi vuol dire George Floyd) di una metropoli che vuole resistere un passo alla volta. Ovvio, Moodymann non segue la scia di Mike Banks e soci, la sua – come di altri illustri colleghi – è piuttosto una rivolta che inizia e finisce semplicemente mostrando con occhi baldanzosi la carta d’identità e i natali nella Motor City, magari parafrasando la più celebre esclamazione del Marchese capitolino. E se gli europei oggi riscoprono la trance e l’EBM, allora i neri d’America si chiudono a riccio nelle loro radici, rifugiandosi (ancora e ancora) nella celebre tradizione jazz, soul, Motown e tutto ciò che c’è nel mezzo.
Non fa eccezione il Nostro, che pure questo spirito di riscoperta ce l’ha dall’anno zero, non fosse che la sua calligrafia, per quanto riconoscibile e famigeratissima, ha sempre quella benedetta virgola fuori posto a fare tutta la differenza del mondo. Tolta la chicagoana Let Me Show Your Love o il super sexy-funk princiano di Do Wrong (con tanto di sample della saccheggiatissima Love And Happiness di Al Green) perfetto per avvinghiarsi in macchina in una calda notte d’estate, virus permettendo, di house ce n’è col contagocce. Non è un disco puramente dance, certe cose si preferiscono sui 12”, ma lo spettro del groove è sempre agitato, che sia in un basso dal richiamo italo (la title track), un acquerello electro-funk che gioca per contrasti celestiali (Just Stay a While) o un beat jazzato che poteva essere di Q-Tip (Goodbye Everybody). Questa è chirurgica materia soul che grida vendetta (Let Me In), forse il lavoro “folk” del suo autore, e stavolta diamo anche un altro punto in più – due, anzi – per non essere stati travolti dai numerosi skit (tranne il simpatico intermezzo samba di I’m Already Hi con il producer che simula di stare in botta di chissà cosa) che diluivano inutilmente l’album precedente.
L’asso nel mazzo è quello dell’antitesi, delle zone d’ombra, del kick che parte dopo 3 minuti e mezzo, di atmosfere passate che non sfociano in melancolia, delle sfacciate pose da crooner di un Moodymann che ok, non sarà sempre impeccabile, e ci mancherebbe pure, ma proprio per questo gli perdoniamo la spocchia infinita. I robottini perfetti, in fin dei conti, non è che ci piacciano così tanto.
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