• Lug
    15
    2014

Album

Harvest, Capitol

Add to Flipboard Magazine.

Chi ha avuto la fortuna di leggere (in inglese, of course, dal momento che l’editoria italiana ancora non ci ha fatto questa grazia) Autobiography di Morrissey, non ha impiegato molto ad immaginare il piccolo Steven Patrick, rinchiuso nella stanzetta di Manchester ad ascoltare i gruppi punk, glam, camp, leggere di musica, NME, Melody Maker, la beat generation, guardare soap alla Coronation Street insieme all’amata madre (che, a quanto pare, ha quasi ucciso alla nascita, perché la sua testa era troppo grande). Lo ha immaginato perpetuare questo gesto a lungo e, magari, in una possibile ucronia, per sempre, come forse lui stesso avrebbe voluto… una vita a scrivere poesie, prosa o articoli giornalistici.

Sarebbe successo se… Johnny Marr non avesse bussato quel giorno alla porta del 384 di Kings Road. Morrissey è diventato uno dei più grandi parolieri pop della canzone, un giocoliere acuto, severo ed estremamente (auto)ironico, anche grazie a Marr. Lo è stato e lo è da The Smiths a World Peace Is None Of Your Business, senza discussioni. Ma, tanto per toglierci le banalità di torno, non avrà mai nessuna spalla all’altezza dell’ex chitarrista degli Smiths, né con Viva Hate né con World Peace Is None Of Your Business. Onore dunque a Boz Boorer e combriccola che, in questa difficile impresa, sono riusciti a sostenere l’estro di una grande, importantissima metà artistica, non solo con qualità chitarristica di altissimo livello, ma anche con una cura meticolosa per arrangiamenti orchestrali, variegati e trasversali.

Il nuovo album di Morrissey si pone, dal punto di vista dell’ispirazione, alle soglie di un’esperienza gratificante a livello creativo e remunerativo (dato che si è classificato best seller in un battibaleno): la prosa autobiografica. Nessuno aveva dubbi sulle peculiarità di scrittore di Morrissey, ma l’accoglienza positiva, pressoché unanime, l’elogio delle sue qualità di prosatore, lo hanno evidentemente fatto sentire a suo agio, al punto da spingersi ad ultimare il nuovo lavoro. Il contratto, previsto per due album, con Harvest/Capitol ne è la coronazione. Grande ottimismo, per uno che ha dovuto annullare un terzo dei concerti previsti negli ultimi due anni e ha passato più tempo in ospedale per problemi di salute che a casa. Ma, tant’è… forse la convalescenza ha stimolato la vena creativa. Ma non di certo le idee di promozione, che con l’epopea degli spoken word fra Nancy Sinatra e Pamela Anderson, non hanno granché contribuito a creare l’atmosfera adeguata. D’altronde per questo ed altri fattori, Morrissey lo si odia o lo si ama o lo si odia e lo si ama incondizionatamente.

Joe Chiccarelli, chiamato a produrre il disco e a sostituire lo scomparso Jerry Finn (che aveva lavorato su You Are The Quarry e Years Of Refusal), è la vera sorpresa. Se You Are The Quarry aveva brani dalle melodie impeccabili e radiofonicamente fortissimi, la sua produzione non si è dimostrata altrettanto raffinata, risultando, nel tempo, un po’ didascalica e artificiosa. Malgrado ciò, è proprio al disco del 2004 che le orecchie di tutti si indirizzeranno nell’ascoltare World Peace; simili appaiono gli intenti, le atmosfere noir e, soprattutto, l’atteggiamento mascherato, auto-parodistico, che proprio da quel disco avevano preso il via. Chiccarelli asseconda il nuovo corso morrisseyano, che, un po’ per deviazione nevrotica, un po’ per reale interesse di frontiera, ha portato il Nostro verso lidi latineggianti o orientaleggianti, già dai tempi di Years Of Refusal. Ma, se nel 2009 alcune di queste idiosincrasie avevano raggiunto il limite dell’inascoltabile (One Day Goodbye Will Be Farewell, Sorry Doesn’t Help) o dell’abominio hard che snaturava la verve dell’ex leader degli Smiths (Something Is Squeezing My Skull, All You Need Is Me, ecc.), oggi, grazie al sapiente lavoro di produzione, è tutto più a fuoco.

Musicalmente vario, a tratti persino audace, World Peace gioca su un triplo binario, che mette d’accordo diversi momenti emozionali della carriera di Moz. Il primo è quello erede del nuovo corso, un po’ più duro e maturo rispetto agli altri: contiene al suo interno la forza del rock classico (la titletrack, Neal Cassidy Drops Dead), ma anche la potente lama delle ballate in crescendo (I’m Not A Man, Smiler With Knife). È un binario solenne che tocca l’apice proprio in I’m Not A Man, candidata a raccogliere l’eredità delle struggenti I Know It’s Over e Meat Is Murder, trasformandole prima in stranianti carillon impolverati, poi in anthem. Il secondo binario raccoglie le atmosfere etniche o latineggianti di cui sopra: lo fa con dedizione e cura invidiabili, ma, soprattutto (e qui sta la differenza con i lavori precedenti), in punta di piedi, senza invadenza, sporcando di varietà un sound che sarebbe sembrato buffo, anacronistico e didascalico (Earth Is The Loneliest Planet, Istanbul); il terzo è la novità stilistica rispetto al disco precedente: è il ritorno alla melodia pop più pura, che, con un sorriso in tasca, ci riporta se non ai tempi degli Smiths, almeno a quelli di Viva Hate. Kiss Me Alot, Staircase At The University e The Bullfighter Dies  incrociano i binari citati, staccando un biglietto per l’instant classic. Resa emozionale, ballabilità, nostalgia, sorrisi amari: c’è la ricetta del brano morrisseyano perfetto. Anche se noi, con un filo d’orgoglio, ci sciogliamo di più nei pressi di Mountjoy, ibrido di Speedway e degli episodi migliori di Ringlead Of The Tormentors come Life Is A Pigsty.

La narrazione, d’altra parte, è, come sempre, in gran spolvero. Moz non ha perso la verve polemica e ironica, laddove qualcuno può giustamente leggere “moralista”. È quello che è, in fondo… un vecchio brontolone, o meglio, una zia in ciabatte. Si va dal manifesto “each time you vote/you support the process/ogni volta che votate, supportate il processo” della titletrack, che incita un anarchismo politicizzato, se ci passate l’ossimoro, al solipsismo del teenager Steven Patrick che, solo contro il mondo, scopre che “Earth Is The Loneliest Planet of all”. Si va dal preziosissimo citazionismo in chiave beat generation di Neal Cassady Drops Dead, che completa il set che parte da Cemetery Gates e arriva a You Have Killed Me, al caos delle notti d’Oriente di Istanbul, suonata con chitarra cigar-box e lap steel. Spazio anche alle amate atmosfere noir e melodrammatiche in Staircase At The University, storia di una giovane che si uccide perché non riesce a conseguire valutazioni positive a scuola; o in Kick The Bride Down The Aisle, ennesima velata frecciatina al matrimonio. Torna il tema del vegetarianesimo in una pungentissima The Bullfighter Dies: “il torero muore, ma non piange nessuno perché tutti vogliono che il toro sopravviva”. Come dargli torto? C’è, infine, lo scherno nei confronti dei sex symbol della storia in una I’m Not A Man che chiosa “non sono un uomo, non ucciderei o mangerei mai un animale… quindi, cosa pensi che sia? Un uomo?”.

È difficile far entrare tutto nell’universo-Morrissey. È vero che World Peace è un disco decisamente più ispirato di molti precedenti, anche perché, chi è riuscito ad ascoltare la Deluxe Edition, ha potuto scovare altri sei grandissimi brani: da One Of Our Own, che quasi fa il verso ad America Is Not The World del 2004 ad Art-Hounds che, fosse uscita nel 2009, sarebbe stato un singolo al pari di I’m Throwing My Arms Around Paris. Non delude, Morrissey, e anzi, fa rivivere la sua vena ispirata che un po’ si era afflosciata nello scorso decennio, quando, per qualche ragione sembrava che il Nostro volesse forzare la mano e “apparire ancora giovane”, quando forse noi l’avremmo preferito robusto e maturo, come è in questo decimo album solista. Chi non lo amava, non inizierà a farlo con World Peace (e i continui fatti di cronaca non lo aiuteranno), ma chi lo ha sempre seguito troverà una piacevole conferma che innalza l’asticella delle prestazioni più in alto rispetto a molti dischi precedenti.

7 Luglio 2014
Leggi tutto
Precedente
Tempelhof & Gigi Masin – Hoshi Tempelhof & Gigi Masin – Hoshi
Successivo
Sprained Cookies – Drifted On An Oak Mirror Sprained Cookies – Drifted On An Oak Mirror

album

Morrissey

World Peace Is None Of Your Business

recensione

recensione

artista

recensione

recensione

articolo

A Mystical Time Zone Parte Prima

Monografia

Gli Smiths, la band più influente e meno originale degli anni Ottanta, si calano magnificamente in un contesto storico difficile, popolato ...

articolo

A Mystical Time Zone Parte Seconda

Monografia

Gli Smiths si calano magnificamente in un contesto storico difficile, popolato da figure controverse come Margaret Thatcher o animali da cla...

artista

Altre notizie suggerite