Morrissey (UK)

Biografia

Nonostante sia passato allo snobismo più assoluto e abbia radicalizzato le sue vedute politiche e sociali, nonostante sia ormai diventato indifendibile, cinico e sempre contro la contro-tendenza, Steven Patrick Morrissey è riuscito, in quasi 30 anni di carriera solista, a tenersi stretti i fan di vecchia data, ad allargare la cerchia e, soprattutto, a passare sopra la sua carriera con gli Smiths con la leggerezza di un carrarmato. La cosa più sorprendente è forse che, a differenza di tutti i leader di band poi passati solisti, Moz ha voluto affermarsi come entità indipendente e svincolata prima di tornare a suonare live anche solo qualche sporadico brano della sua band originaria. C’è voluto il nuovo millennio per avere più di 2 delle loro canzoni nei suoi live…

Nelle ultime righe di A Mystical Time Zone, il nostro lungo monografico sugli Smiths, si leggeva: «gli Smiths senza Marr, dopo aver tentato invano nuovi chitarristi (Roddy Frame degli Aztec Camera, Kevin Armstrong dei Local Heroes, Ivor Perry dei Cradle), si arrendono e a settembre ufficializzano lo scioglimento. Mentre Marr inizia il suo lungo percorso che lo porterà a fondare gli Electronic con Sumner dei New Order, a collaborare con la Madchester di Shaur Ryder, dei Charlatans e degli Oasis, a curare arrangiamenti per Pet Shop Boys, Beth OrtonLisa GermanoJane Birkin, a prendere parte a formazioni del calibro di Modest MouseThe TheThe Healers, e infine a licenziare recentemente un disco solista, Morrissey ha già in canna il primo colpo da solista con Stephen Street, Viva Hate».

Morrissey, a partire dal 1988, reagisce e si ricrea una carriera. Impresa non facile, visto che il duo con Marr è stato da sempre identificato come uno dei più proficui della storia del pop/rock inglese. Ricrearsi una carriera doveva passare attraverso persone fidate, come Stephen Street, assunto alla fine dell’epopea Smiths proprio con questo proposito, Vini Reilly, chitarrista dei Durutti Column (e dei Nosebleeds) e il batterista Andrew Paresi (già con Sandie Shaw). Il primo lavoro, oltre ad essere l’Lp forse più amato dai fan di Moz, è anche il disco che più di tutti raccoglie le ultime briciole dell’identità Smiths, con elegie oziose come Everyday Is Like Sunday e armonie sognanti come Suedhead. Raggiungerà la quinta posizione nelle classifiche britanniche, più in alto di qualsiasi singolo dell’era Smiths. Non male come inizio.

Segue un tour che inizia con lo storico concerto del 22 dicembre 1988 al Civic Hall di Wolverhampton con una line up composta sia da Joyce che da Rourke e Craig Gannon al posto di Marr. L’atmosfera è così surriscaldata, che Moz non riesce a chiudere i brani, senza che qualche fan non faccia invasione di palco nel tentativo di abbracciarlo o baciarlo. Documentando questi fatti (qui si può vedere lo show per intero), il regista Tim Broad regalerà un bell’estratto di The Last Of The Famous International Playboys, che andrà a finire in Bona Drag, raccolta di singoli del 1989-1990. Fra questi, Interesting Drug, che – come si nota già dal titolo – riprende i temi dominanti della seconda Summer Of Love, quella della Madchester e dell’Hacienda. Anche il sound del brano, fra dance e funky,  sembra vagamente ispirato dalla rivoluzione degli stili di vita in atto tra la gioventù britannica (e non solo). Morrissey dichiarerà: “Ho preso l’ecstasy un paio di volte. La prima volta è stato il momento più incedibile della mia vita. Ho guardato nello specchio e ho visto una persona molto, molto interessante. Naturalmente è stata solo un’illusione prodotta dalla droga“.

Con Bona Drag la collaborazione con Stephen Street, che ha regalato i momenti migliori della carriera solista di Morrissey, si spezza. La ragione dello split, naturalmente, è di natura economica, legata alle royalties di Viva Hate, ma Moz, in questi primi tre anni di carriera ha guadagnato più che nell’intero arco produttivo degli Smiths: quattro singoli su quattro in Top 10 e una carriera ancora tutta da scrivere. Il 4 marzo 1991 esce Kill Uncle, il disco più strano nella carriera del cantautore. Scritto e registrato in un periodo di transizione in cui la partnership con Street non era più attiva e non era ancora iniziato il felice connubio con i futuri chitarristi Alain Whyte e Boz Boorer, l’album si avvale degli arrangiamenti di Mark E. Nevin dei Fairground Attraction e della produzione di Clive Langer e Alan Winstanley.

Musicalmente ibrido fra residui di Smiths e approcci al limite del cabarettistico, Kill Uncle non viene ricordato come indispensabile, salvandosi solo in qualche episodio, come l’opening Our Frank, che, come singolo, fa registrare un ventesimo posto nelle classifiche UK. Ad ogni modo, a dimostrazione della grande fiducia da parte dei fan, il disco riesce a raggiungere il numero otto delle classifiche e, a distanza di anni, risulta sostanzialmente rivalutato dalla critica e dal pubblico, al punto che nel 2013 esce una reissue per Parlophone.

Il 1992 rappresenta per Morrissey un ennesimo anno di svolta, principalmente da un punto di vista arrangiativo. In questo anno si propone di adunare attorno a sé una schiera di musicisti, la maggior parte dei quali affiliati alla scena rockabilly. Si tratta principalmente di Alain Whyte e Boz Boorer, che daranno il loro contributo definitivo nel far svoltare le sonorità pop fino ad allora praticate da Moz, verso lidi più rocciosi, con richiami glam e noir. E’ in questa cornice che, il 27 luglio 1992, esce Your Arsenal, prodotto da Mick Ronson, ex chitarrista di David Bowie. L’album è un vero successo e, oltre ad arrivare in quarta posizione in UK, guadagna anche una nomination ai Grammy come Best Alternative Album. Musicalmente vicino a Ziggy Stardust e agli amati T.Rex in brani come Certain People I Know, Glamorous Glue e I Know It’s Gonna Happen Someday, Your Arsenal non disdegna la vecchia canzone pop in You’re The One For Me Fatty o We Hate It When Our Friends Become Successful, il rockabilly in You’re Gonna Need Somebody On Your Side o la ballad in We’ll Let You Know o Seasick, Yet Still Docked. Bowie regalerà l’anno successivo, in Black Tie White Noise, una bella cover di I Know It’s Gonna Happen Someday. Nel 2014, a coronare la grande fortuna del disco, esce per Rinho Records una ristampa contenente un DVD live.

Nel frattempo, dalla fine degli anni Ottanta, sta andando avanti la causa legale relativa alle royalties dell’eredità degli Smiths, messa in piedi da Rourke, Joyce e Gannon contro Marr e Morrissey. L’accordo, come ripete più volte Morrissey nella sua Autobiography, era di ripartire il 40% a testa per lui e Marr e il 10% a testa per Rourke e Joyce. Dopo anni estenuanti di sedute in tribunale, Rourke e Gannon decidono di patteggiare, rispettivamente per 83.000 e 42.000 sterline. Joyce porterà avanti la causa fino al 1996, quando, in virtù del Partnership Act del 1890, gli viene riconosciuto il 25% dei proventi, obbligando Moz e Marr a risarcirlo di 688.000 sterline.

Tra il 1992 e il 1994 Morrissey subisce alcuni gravi lutti: l’amico Tim Broad, l’ex manager Nigel Thomas e il produttore e chitarrista Mick Ronson. E’ anche a partire da questo che si può collocare l’album più fortunato del Morrissey solista, ovvero Vauxhall and I, che esce ufficialmente il 14 marzo 1994. Steve Lillywhite sostituisce Ronson in produzione e cerca di mantenere intatte le sonorità che aveva celebrato in Your Arsenal. Malgrado questo, Vauxhall è un album molto più riflessivo e intimo rispetto ai precedenti. Il titolo si rifà al film del 1987 Whitnail And I, citando il famoso quartiere gay di Londra. Si intuisce, lungo tutto l’Lp, un senso di decadenza, di ritirata, dovuto al fatto che era proprio ad un ritiro che, mentre scriveva questi versi, Morrissey stava pensando. Eppure, brani come Now My Heart Is Full aprono, nel silenzio della malinconia, degli spiragli di speranza e di rinascita; dice Moz in un’intervista: “Forse ho esaurito le mie risorse e tutto è finito. Ho una vasta collezione di dischi video e cassette, ma ora la guardo sotto una luce diversa. Non è più una cosa in cui sento il bisogno di perdermi giorno e notte. Mi sono reso conto che il passato si è concluso davvero, e per me è un grande sollievo“.

Morrissey, complice la stampa che continua ad accusarlo di razzismo e i recenti lutti, si è scoperto fragile e, in brani come Speedway, chiede l’aiuto del mondo, chiede un atto di fiducia, perché possa trovare la forza di rialzarsi. Non è un caso che la webzine True To You, che da sempre ha un rapporto privilegiato con l’artista, prenderà il nome proprio da questo brano. Commercialmente Vauxhall And I vale a Morrissey un biglietto per gli USA, dove entra in Top 20, mentre in UK è il secondo album, dopo Viva Hate, a guadagnarsi la prima posizione. Vauxhall And I è l’album con l’eredità più importante per Morrissey e non è un caso che nel 2014 sia uscita una reissue rimasterizzata, che rimane un piacere assoluto ascoltare.

Mentre nel 94 esce Interlude, un brano con il featuring importante di Siouxsie Sioux, all’inizio del 95 esce Boxers, un Ep contenente tre brani, ispirati alla figura romantica del pugile, che accompagna l’ispirazione di Morrissey per tutto quell’anno. E sarà ancora questo sport ad ispirare il titolo, la copertina ed alcuni testi di Southpaw Grammar, uscito il 28 agosto 1995. Southpaw ha il difficile compito di traghettare Morrissey fuori dal turbinio emozionale di Vauxhall, ma, onestamente, risulta difficile eguagliare la grandiosità artistica del predecessore. Le aspirazioni sono magniloquenti, da ogni punto di vista. Musicalmente The Teachers Are Afraid Of The Pupils, dalla durata di 11 minuti e 15 secondi, è costruito da Boorer sulla quinta sinfonia di Shostakovich e rappresenta il seguito ideale delle torture anni Ottanta di The Headmaster Ritual. L’album intero presenta numerosi riferimenti alla violenza (anche psicologica ed emotiva) della società, con un occhio di riguardo nei confronti della scuola. I singoli Daghenam DaveThe Boy Racers confermano, in un album sostanzialmente oscuro e magniloquente, la propensione pop, ma la critica si divide al riguardo. Alcuni lo considerano come l’album più vero, più sincero di Morrissey, altri come il fallimento dopo il capolavoro.

Nel frattempo – è il 1995 – il brit pop registra probabilmente il suo apice mediatico. I narcisisti e egoproiettati brit poppers, che tanto devono a Moz e agli Smith, contribuiranno al lento declino della seconda metà degli anni Novanta del cantante. Il tutto, con la coincidenza della sentenza giudiziaria che pesa come un macigno sulla dignità dell’ex leader degli Smiths e il crescente disinteresse della stampa e dei fan, che porta persino ad annullare un tour di supporto a David Bowie. Dopo la sentenza, Morrissey si concentra sulla creatività e affida le sue emozioni a un brano, Sorrow Will Come In The End, che finirà nell’album del 1997, Maladjusted, solo nella versione per gli USA, a causa di un disguido con la label.

Ho fatto molti errori su Maladjusted – dirà in un’intervista – come lavorare per la terza volta con Steve Lillywhite e firmare per un’etichetta [la Mercury] che non mostrava alcun interesse nei miei confronti”. Musicalmente non ispiratissimo, Maladjusted cerca di conciliare i brani sofferti in stile Vauxhall And I con una matrice indie-rock più fresca. Il singolo Alma Matters, uscito il 21 luglio 1997, raggiunge la sedicesima posizione in UK. Ma è evidente che l’attenzione per Morrissey è in fase calante, al punto di spingerlo a fare i bagagli e trasferirsi da Londra a Los Angeles, lasciandosi dietro le spalle, tutto sommato, un’Inghilterra poco riconoscente.

Dal 1998 al 2002 è in atto uno iato singolare. Sebbene la sua attività non sia del tutto immobile, è in questo periodo che Moz comincia a ritagliarsi un profilo nuovo. Una nuova generazione, non avendo potuto vivere i fortunati anni Ottanta degli Smiths e dei suoi primi dischi solisti, rivaluta e riabilita la figura del cantante, montando l’attesa per un ritorno. Lo stesso NME, a lungo detrattore della band e additato da molti come principale responsabile del suo scioglimento, nel 2002, inserisce il gruppo di Moz e Marr come act tra i più influenti degli ultimi 50 anni. Non secondaria, inoltre, la nuova consapevolezza sociale e politica di Morrissey. L’attentato alle Torri Gemelle, le guerre in Iraq e Afghanistan, l’interesse per le stratificazioni sociali e le minoranze etniche del Paese, l’attacco sistematico alle politiche di George W. Bush e infine l’appoggio alla candidatura di Obama sono solo alcune delle linee guida che, negli anni, hanno contribuito a definire Morrissey – ancor di più, se possibile – come personaggio politico e “impegnato”. Nuove polemiche che, lentamente, hanno sostituito quelle che lo legavano al personaggio della Thatcher.

Il 26 maggio 2003, dagli studi della BBC Radio, lo speaker legge un fax proveniente dall’ufficio stampa di Morrissey: “A tutte le 12 persone nel Regno Unito che sono interessate. Ho firmato per la Attack, su etichetta Sanctuary, e ho iniziato a registrare il mio primo album dopo 40 anni”. You Are The Quarry, il settimo album dell’artista, esce il 17 maggio 2004 ed è un trionfo di critica e pubblico. Prodotto da Jerry Finn e arrangiato dalla premiata ditta Boorer-Whyte, si presenta al mondo attraverso il singolo Irish Blood, English Heart, una dichiarazione polemica, politica e ironica senza precedenti. L’album – che a sentirlo oggi sembra invecchiato peggio di quanto si ricordasse – si afferma al numero 3 delle classifiche UK e al 36 delle classifiche Billboard USA. Ad accompagnare il successo, contribuiscono una serie di Talk Show, fra cui quello di Craig Kilborn, che ospitano Morrissey, diventato popolarissimo anche fra i latinoamericani (First Of The Gang To Die ne è la prova), oltre che influente a livello politico (America Is Not The World). Per festeggiare i suoi 45 anni, oltre ad un lunghissimo tour mondiale, Morrissey regala lo storico concerto Who Put The M In Manchester, che diventerà un DVD di successo nel 2005.

Alla fine del tour del 2005, gli aerei che avrebbero dovuto riportare Moz a Los Angeles risultano stranamente cancellati, costringendo l’artista a rimanere in Italia, a Roma per qualche giorno. Inizia così, in maniera fortuita, l’innamoramento di Morrissey per la città capitolina, dove soggiornerà per un lungo periodo. Naturalmente, come lui stesso ha confessato in Autobiography, la permanenza nella città è stata resa più piacevole dalla relazione con quello che lui chiama “Gelato”, un ragazzo italiano con il quale trascorrerà molto tempo nella stanza dell’Hotel De Russie a Piazza del Popolo e a Trastevere. Ad ogni modo, le lunghe passeggiate nella città eterna, l’avvicinamento agli scritti di Pier Paolo Pasolini, al cinema di Visconti e della Magnani, rientrano nel disco “romano” di Morrissey, dal titolo Ringleader Of The Tormentor.

L’album, uscito il 3 aprile 2006, interamente registrato a Roma e prodotto da Tony Visconti, coinvolge il compositore Ennio Morricone e un coro di bambini italiani rispettivamente nei brani Dear God Please Help Me e The Youngest Was The Most Loved. Punta di diamante di un disco tutto sommato efficace è You Have Killed Me, in cui si passano in rassegna i miti e i luoghi della cultura italiana degli anni Sessanta. Ringleader Of The Tormentor diventa il terzo album di Morrissey a conquistare la posizione numero uno in UK e vende, nella prima settimana, 62.000 copie.

Malgrado l’amore per la città e per il misterioso giovane, Morrissey torna in America dove, tra il 2006 e il 2009, cominciano ad acuirsi alcuni problemi di salute che portano alla cancellazione di 11 show britannici. Nel 2007 il Nostro cambia nuovamente label, firmando per la Decca, con la quale rilascia il suo più completo Greatest Hits. All’interno, alcune canzoni che andranno a formare Years Of Refusal.

L’album esce ufficialmente il 16 febbraio 2009, a qualche mese dai cinquant’anni di Morrissey. Prodotto da Jerry Finn poco prima della sua morte, vede la fine del felicissimo connubio con Alain Whyte che, tuttavia, ha scritto (senza registrare) cinque brani del disco. La novità è rappresentata dal chitarrista Jesse Tobias (già comparso in Ringleader), che regala ai brani un tocco ispanico, latineggiante e orientaleggiante. Anche Jeff Beck prende parte alla registrazione del disco in qualità di ospite in Black Cloud. La copertina, che ritrae Morrissey con in braccio un bimbo, è il tentativo di comunicare al mondo maggiore rilassatezza e amabilità rispetto al passato. Trainato dal pop smithsiano di I’m Throwing My Arms Around Paris, Years Of Refusal debutta al numero 3 in UK e all’11 negli USA. Mentre all’estero la critica accoglie positivamente l’album, la critica italiana rimane sostanzialmente fredda, tanto che, anche su queste pagine, in sede di recensione, si scrive: “si avverte una certa sua volontà di mostrarsi fresco e giovane, quando noi invece l’avremmo preferito stagionato e maturo. Un rilevante ma non compromettente passo indietro rispetto ai suoi ultimi due lavori”.

Nell’ottobre 2009 esce una raccolta di B-Sides dal titolo Swords e, nei mesi successivi, le ristampe di Southpaw Grammar, Maladjusted e (nel 2010) Bona Drag. Sempre in ottobre, durante un concerto all’Oasis Centre di Swindon, Morrissey ha una crisi respiratoria e viene ricoverato d’urgenza. È solo la prima di una serie di sfortunate situazioni che lo porteranno a farsi una pessima fama tra le booking agency.

Nel 2010 il musicista scioglie il contratto con la Universal e, l’anno successivo, arriva la firma per EMI, che pubblica l’ennesimo Best Of, The Very Best Of Morrissey. Segue un nuovo, lungo, tour che, con qualche pausa, lo porta in giro fino alla fine del 2012, toccando anche l’Italia durante l’estate. Suona nei principali festival, come Glastonbury, Hultsfred in Svezia, Lokeren in Belgio. Nel gennaio 2013, ancora problemi di salute: viene diagnosticata un’ulcera e una polmonite ad entrambi i polmoni. Il cantante è costretto a cancellare altri concerti e a ritirarsi in Irlanda.

Dunque arriva il momento di festeggiare i 25 anni di carriera solista e nel migliore dei modi: prima con l’uscita nei cinema e in DVD di 25Live, registrato alla Hollywood High School di Los Angeles, poi con l’ufficializzazione della autobiografia. Autobiography esce il 17 ottobre 2013 per Penguin Book Classics, dopo una serie di dispute editoriali. Il libro era pronto già nel 2011, ma la pubblicazione per la casa editrice è unica e singolare, dal momento che ridefinisce i consueti canoni inglesi del “classico”. Ad ogni modo, il libro – che ancora aspetta un editore italiano – è un successo. Il Telegraph lo definisce come “la migliore autobiografia di musica dai tempi di Bob Dylan’s Chronicles”. E naturalmente non mancano i detrattori, come l’Indipendent che lo taccia di narcisismo.

Alla morte di Lou Reed (ottobre, 2013), Morrissey pubblica un singolo contenente una cover di Satellite Of Love, che già portava in giro dal vivo nei tour precedenti, mentre l’anno successivo fa parlare di sé la notizia della pubblicazione del suo primo romanzo che uscirà ufficialmente nel 2015 con il titolo di List Of The Lost. Nel frattempo, esce l’atteso decimo lavoro, World Peace Is None Of Your Business, disco che viene preceduto, oltre che dall’omonimo singolo, da una serie di videoclip spoken word con ospiti quali Nancy Sinatra e Pamela Anderson. L’album si rivela ispirato, forse il più ispirato dai tempi di You Are The Quarry, tra derive orientaleggianti e latineggianti smorzate e ammorbidite dalla produzione attenta di Joe Chiccarelli, chiamato a sostituire il defunto Jerry Finn. Narrativamente in linea con la verve polemica delle prove precedenti, apre anche alle elegie pop, canzoni che portano i nomi di Staircase At The University, The Bullfighter Dies e Kiss Me Alot e che, notiamo in sede di recensione, rappresentano la sua parte migliore.

Nel 2017, a consacrare «una delle più importanti figure artistiche della Gran Bretagna» – parole del direttore artistico Mark Adams dell’evento di cui andiamo a dire – esce England Is Mine, film biografico non autorizzato sulla vita di Morrissey, una pellicola, diretta da Mark Gill e prodotta da Baldwin Li e Orian Williams (quest’ultimo già produttore del biopic Control su Ian Curtis), che viene proiettata in anteprima, il 2 luglio, all’interno del Festival Theatre di Edimburgo nella serata conclusiva dell’Edinburgh International Film Festival, giunto alla sua 71esima edizione. Il film vede Jack Lowden nei panni dell’ex leader degli Smiths, in una storia ambientata negli anni ’70 che culmina nell’incontro di Johnny Marr.

Durante l’estate Morrissey è a Roma per finire di lavorare su alcuni brani che andranno a comporre il suo nuovo lavoro, ma il 4 luglio accade un fatto curioso. L’artista viene fermato in Via del Corso da un poliziotto che lo trattiene per 35 minuti, chiedendogli i documenti. Secondo l’agente e alcuni dei presenti, Morrissey era a bordo di un’auto che stava andando contromano nella trafficatissima zona del centro. Secondo l’artista l’episodio sarebbe da rubricarsi unicamente come abuso di potere: “Non ho infranto nessuna legge e non facevo niente di sospetto: [il poliziotto] ha aperto la custodia della pistola e mi ha urlato in faccia. Penso che mi abbia riconosciuto, forse voleva spaventarmi, o uccidermi“. Come conseguenza del grottesco incidente, viene annunciata la cancellazione di un tour di sette date che l’artista avrebbe dovuto tenere nel nostro paese (ma di cui, ad onor del vero, si conosceva solo quella prevista per il 6 settembre allo sferisterio di Macerata) “Ovviamente – è la conclusione dell’irascibile Moz – con psicopatici del genere a piede libero l’Italia non è un posto sicuro per me“.

Annunciato dai singoli Spent The Day In Bed, I Wish You Lonely e Jacky’s Only Happy When She’s Up On The Stage, il 17 novembre viene pubblicato l’undicesimo lavoro dell’ex Smiths, dal titolo Low In High School. Si tratta del primo album pubblicato per la BMG, dopo che il precedente contratto con la Harvest era naufragato in un mare di recriminazioni reciproche. Il nuovo lavoro è forse quello più apertamente politico da parte di Morrissey, che però quando affronta temi come il conflitto Arabo-Israeliano (Israel), la primavera araba (In Your Lap) e la brutalità della polizia (Who will protect us from the police?) adotta una prosa eccessivamente diretta e didascalica. Qualche eccesso di produzione (i barocchismi dell’opener My love, I’d do anything for you,  un sound talvolta eccessivamente compresso) e lirici (quello della lunga sceneggiata antimilitarista di I Bury The Living) non giovano a un album che ha comunque momenti godibili nei già citati singoli, nella poetica e deliziosa (Home Is A Question Mark) e nel gospel pacifista All the Young People Must Fall in Love, divertito messaggio di speranza in mezzo a un panorama non troppo edificante.

 

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