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7.4

Lanciato dal promettente songwriting soulful dell’essenziale Aromanticism, anno 2017, Moses Sumney è tornato non con uno, bensì con due album, in questo 2020, realizzati con il supporto di quaranta collaboratori di prestigio, dall’amico Thundercat a molti altri. In realtà trattasi di un’unica opera intitolata græ, la cui prima parte è stata resa disponibile in streaming lo scorso febbraio ed è adesso riproposta assieme alla seconda, in versione completa. Come da scherzosa suggestione delle note stampa, Moses splitta il mar rosso della sua stessa ispirazione, non binaria per natura. Le ambizioni, insomma, si sono fatte nel frattempo ragguardevoli, tanto a livello musicale – in totale, sul piatto ci sono venti brani, e forse si sarebbe potuto sfrondare per esaltare in un unico ascolto quanto spicca, sebbene alcuni di essi possano essere considerati dei comunque incisivi interludi, funzionali alla narrazione – quanto concettuale. Concettualità che si lasciava già ammirare nell’EP Black In Deep Red del 2014, ristampato nel 2018 e ispirato sia alle proteste per il processo relativo all’omicidio dell’afroamericano Michael Brown sia al quadro di Mark Rothko riportato in copertina, e nello stesso Aromanticism, dove la mancanza di amore corrisposto si trasformava in paesaggio sonoro e molteplici interrogativi sulle norme e sulle categorizzazioni imposte dal (mal)senso comune.

L’artista statunitense di origini ghanesi, con il suo falsetto e la sua sensibilità compositiva, fa centro con un mix di electro-R&B, pop barocco, art-rock, nu-folk e tendenze jazz perfettamente calato nel presente. In græ: Part 1 episodi come Cut Me – rifinita in compagnia della band Adult Jazz rimarcano con un’attitudine che si mantiene squisitamente intimista una notevole eleganza nel disporre i vari ingredienti, perché ve ne sono molti tra fiati, archi, tasti e via proseguendo, ma a colpirci sono le tracce in cui si osa di più, in maniera abbastanza inedita per il padrone di casa, subito pronto a rimettersi in gioco: dall’impeto di Virile, sugli stereotipi della mascolinità ripresi successivamente in quella jill/jack che campiona Cross My Mind di Jill Scott, alle maggiori sperimentazioni offerte da Conveyor, dalla spacey Gagarin con la formazione jazz svedese Esbjörn Svensson Trio al sax di Shabaka Hutchins in Colouour, sino appunto ai concisi pezzi di raccordo recitati dalla scrittrice Taiye Selasi (Insula, boxes, also also also and and and: sull’isolamento che deriva dal termine “isola”, anche se nessun uomo è un’isola, sulla stigmatizzazione delle persone di colore e non solo, sul diritto alla molteplicità dell’individuo). In altri testi Sumney dichiara di volersi lanciare in esperienze che lo segnino, a rischio di spezzarsi in due, e auspica di dedicare la sua vita a “qualcosa di più grande”: missione compiuta.

Gli otto brani di græ: Part 2, nell’insieme meno sorprendente o semplicemente più introspettiva e minimale, lo confermano andando a completare l’affresco con ulteriori ballate da favola affacciata sul futuro (Two Dogs, una Lucky Me cofirmata con James Blake) o protese verso una coralità black (Bystanders, Bless Me), così come con spoken word a ricucire il tutto assieme e a ribadire il tema portante, ovvero l’importanza della solitudine (che per coincidenza ognuno di noi ha provato più o meno volontariamente sulla sua pelle negli ultimi mesi). Me In 20 Years, coprodotta come la maggior parte dei pezzi in scaletta nientemeno che da Oneohtrix Point Never, trasporta il melodramma in alienante rotta apocalittica: odissea nello strazio dei sentimenti. È proprio quando ciò che è estremamente personale diviene quasi una sorta di distopia della fluida emotività umana, tenendo peraltro a bada il rischio di stucchevole eccesso di enfasi cantautorale, che la coraggiosa e complessa visione di Moses Sumney  prende veramente il volo. Un disco importante, con cui fare i conti a fine anno.

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