Recensioni

Una nuova raccolta di canzoni per John Darnielle – la sedicesima se contiamo solamente le uscite ufficiali – potrebbe facilmente passare inosservata: tante sono le storie che il musicista e scrittore americano ha già inciso, che non non ti aspetti altro che la sensazione calda e accogliente di infilare i piedi nelle pantofole indie che ci ha abituato a indossare. Anche per questo Goths potrebbe essere così, ma solo in parte. Perché c’è almeno da registrare l’aggiunta in pianta stabile del polistrumentista Matt Douglas all’organico della band, organico che oltre a Darnielle comprende oramai da diversi anni il bassista Peter Hughes e il batterista Jon Wurster. E la novità più eclatante è che il leader ha messo da parte la sua fedele chitarra per sedersi dietro la tastiera, sia essa quella del pianoforte o del Fender rhodes.
Con il nuovo assetto della band era inevitabile che questo concept sui generis, in cui Darnielle tratta l’essere goth come state-of-mind, facesse accomodare l’ascoltatore in un bar semibuio della West Coast, dove l’oramai rodata orchestrina residente si dedica al canzoniere americano filtrato California. Siamo di fatto qui, come se un Randy Newman appena un po’ nerd avesse deciso di mettere su un recital dove si pesca dal corpus di canzoni dei Wilco di Yankee Foxtrot Hotel, i classiconi R.E.M., un po’ del Lou Reed cantautoriale, gli Ottanta di Joe Jackson, ma anche omaggi alla new wave che fu, con le batterie scheletriche, l’amore per i Gene Loves Jezebel, i Sister of Mercy (che si immaginano tornare insieme nel singolo-lancio del disco), Siouxsie e tanto altro ancora.
Forse è questa la dimensione perfetta per apprezzare le sfumature delle narrazioni di John Darnielle: intime, già sentite ma rimasticate con maestria, vicine a quelli che nel jazz si chiamerebbero standard. Con grandissima dignità incamminato sul viale della classicità.
Amazon
