Recensioni

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Finché collaborare, per Jan St. Werner e Andi Toma, coincideva con sperimentare su una base da dancefloor e di lì lanciarsi in improvvisazioni dal respiro più ampio, le cose non sono mai andate male. Risultati apprezzabili li abbiamo avuti in WOW, dove a dire il vero gli ospiti erano semplicemente note di colore, e in Synaptics EP, che sulla scorta della para-raccolta 21 Again metteva in chiaro che il connettore radicale erano diventati proprio loro. Nell’ultimo periodo di attività del duo ai guest è stato infatti riservato l’indispensabile compito di stimolare o, più cinicamente, dare ragioni di sano eccitamento dopo anni di onorata carriera; un arco produttivo, è bene ribadirlo, in cui (quasi) tutto è stato tentato, dai minimalismi ai massimalismi (Parastrophics) fino alla footwork, che in tempi relativamente recenti è il genere che più di tutti ha dato nuovi stimoli ai tedeschi, tanto che proprio su un’interpretazione acceleratissima del ghetto sound si apre l’opener di questa che rischia di essere la prova più pretenziosa e brutta della loro discografia.

Dimension People porta innanzitutto il discorso collaborazioni alle sue più anarchiche derive. Altro che la 50 piece orchestra raccontata nella press che vede all’opera decine di collaboratori tra cui Bon Iver, Aaron e Bryce Dessner dei National, Spank Rock, Zach Condon dei Beirut, Amanda Blank e Sam Amidon. In pratica ognuno ha fatto ciò che gli pareva, e in questo “tutto vale” ci troviamo in cuffia la prova che più si allontana da quelle prodotte dai Nostri quando dettavano legge, ovvero ai tempi di Iaora Tahiti, Autoditacker e Glam. Al posto di quell’imbattibile sound, un disco che sostanzialmente è monco di tutto ciò che lo renderebbe un esperimento folle nel senso più curioso del termine. A seconda di come lo si guardi, Dimension People è un’installazione sonora site specific senza lo specific dove collocarla, è un’opera ancora una volta massimalista e super dispersiva ma priva di quei lampi di genio o di quei momenti che potrebbero da soli valere decine di minuti di trastulli elettroacustici, afrobeat(futur)jazzistici, quarti mondi motorik assistiti, folk-boniveriani, dub ambientali e chi più ne ha più ne metta.

Il risultato è, in definitiva, un inutile mulinello di cangianti casualità, ostinatamente impossibili da ricondurre all’unità se non per questo fagocitante bisogno di creare spazi sempre più grandi in cui accogliere elementi via via nuovi (e indesiderati), nessuno di loro sensatamente riconducibile a un insieme di ingredienti basali, a un concetto, a una strategia. Certo, esistono delle basi, dei canovacci sui quali far evolvere le tracce, tuttavia, una volta individuati quelli, è tutto un aggiungere, improvvisare, piantare lì, ripartire con altro, ecc… C’è colore quanto ne volete da queste parti, gettate di colore traslucido piazzato per strati, un quadro che ha la malcelata pretesa di farsi ammirare e fruire allo stesso tempo e che non ottiene niente di tutto questo, solo confusione.

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