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Ma che bella sorpresa questo esordio sulla lunga distanza del producer greco Mr. Statik: forse avremmo dovuto aspettarcelo, l’Ep Rogue Cherub dello scorso anno era una discreta bombetta (impreziosita dal paradisiaco e vibrante remix della title track, presente anche nell’album, firmato Matthew Herbert), ma in una carriera avviata nell’ormai lontano 2007 e continuata soprattutto nel breve formato ripercorrendo, anche in maniera abbastanza didascalica, le varie mode tech-house che si sono susseguite nel decennio, dalla minimal degli esordi a più recenti tendenze lo-fi-house, un tale colpo di coda (e di genio) era difficilmente preventivabile.
Niente di tutto questo, se si esclude la già citata Rogue Cherub che, tra l’atmosfera più luminosa e serena e l’interpretazione del collega e cantante statunitense Dave Aju, è indubbiamente il pezzo meno disturbante del lotto, però viene riproposto in Metamorphose: un disco in cui di minimale c’è soprattutto il sound-design, così asciutto ed essenziale da risultare polemicamente (e politicamente) autarchico, e che di romantico e suadente si concede al massimo i mugolii sommessi dell’iniziale, fluttuante e spettrale, Insomnia. Si gira soprattutto intorno a una techno-dub scheletrica, dove la componente giamaicana è rappresentata principalmente da tutto l’armamentario tecnico, tra echi, feedback e bassoni riverberati: si passa così dal caracollante incedere di Katastrophe alle atmosfere notturne e berlinesi di Burdens e della rotolante Retracing My Steps, dall’elettronico post-punk inquieto e lussureggiante di Drone alla nenia da Sud America post-apocalittico di El Diablo de Charrapal.
Durante i quasi sessanta minuti di musica contenuti in Metamorphose ci si addentra nella visione particolare e atipica, distorta e obliqua di Mr. Statik: un artista capace di rileggere alcune mode techno con assoluta personalità e una sensibilità deviata che, pur essendo non di impatto immediato, si instilla nell’ascoltatore per conquistarlo gradualmente.
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