• Mag
    04
    2015

Album

Glassnote Records

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Wilder Mind è il primo disco dei Mumford & Sons. Bisognerebbe iniziare così la recensione, con una bella e vera bugia. Perché questo terzo disco del quartetto londinese non ha nulla a che vedere con le sonorità dei precedenti, quelle che li avevano resi unici e uguali a nessuno; piuttosto ha tutto da condividere con band come The National (l’opening track Tompkins Square Park), Coldplay (il singolo Believe) e Snow Patrol (l’ottima The Wolf che strizza l’occhio anche a certi Creed). Le chitarre acustiche sono state risposte nelle custodie, così come le radici country e folk che hanno lanciato la band nell’olimpo della musica mondiale: Wilder Mind sdogana i Mumford & Sons in un universo dove i riferimenti e i confini diventano labili, al punto da sfocare l’identità del gruppo.

Se è vero che Times They Are A-Changing, è vero anche che siamo ben lontani dalla svolta elettrica di Dylan del 1965: erano altri tempi e c’erano altre personalità in gioco all’epoca. Qui si parla di una band che per diversi anni è stata il fulcro di una scena di recupero del folk, rivitalizzandolo con una certa veemenza ed epicità, e che oggi si presenta totalmente diversa nell’approccio alla materia sonora e alla scrittura. Che, intendiamoci, non è un male a prescindere, se il risultato è una evoluzione intesa come progresso verso una propria unicità; in questo caso il cambio di rotta dei Mumford & Sons ha coinciso con una totale spersonalizzazione.

Se sia questo un mezzo per conquistare ancora di più il mercato americano, resta un mistero; fatto sta che alcune canzoni di Wilder Mind acquistano una certa importanza solo se messe in relazione alla precedente produzione, risultando interessanti proprio in virtù della loro diversità rispetto a quanto realizzato precedentemente. Se fosse stato un primo disco, probabilmente le stesse canzoni sarebbero state accolte in modo diverso, perché qui nulla suona eclatante in sé, causa la totale adesione di Marcus Mumford e soci all’estetica delle band di cui sopra.

Per cui, preso come discorso a parte, Wilder Mind suona come un buon disco indie rock degli anni Zero, con picchi di ottima qualità (la ballata Snake Eyes) e momenti tutto sommato prescindibili (Just Smoke); le chitarre elettriche e i sintetizzatori fanno virare la band in una direzione allo stesso tempo muscolare (Ditmas) ed eterea (Monster). Con Wilder Mind abbiamo guadagnato un discreto disco di rock e perso una band per come era stata finora conosciuta: il tempo dirà quale piatto della bilancia pesi di più.

7 Maggio 2015
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