The National (US)

Biografia

Half awake in a fake empire

Per essere onesti, le canzoni sono già al 75% di quello che sono prima che io faccia qualcosa per loro. Aaron scrive la maggior parte della musica e c’è molta tristezza, disperazione e malinconia in quasi tutto quello che mi manda. Seguo la sua guida per la maggior parte del tempo, quindi non mi prendo la piena responsabilità per il fatto che la nostra band sia così miserabile e oscura. Sono i suoi minacciosi accordi! (Matt Berninger al The Guardian)

Una pastorale americana inghiottita dalla profonda notte che scende su un Barfly o un qualsiasi motel della Route 66: i National sono il gruppo indie che meglio rappresenta l’intima decadenza del nostro tempo. La voce baritonale di Matt Berninger rende vivide parole che di volta in volta vengono sussurrate e urlate in base al grado di violenza dei sentimenti espressi. Sono le emozioni, infatti, a rendere il quintetto statunitense un unicum nel panorama musicale del nuovo millennio. Sensazioni forti e contrastanti come un freddo rivolo rock spigoloso e pungente che minaccia il calore di ottoni e il riparo dei tasti bianchi e neri di un pianoforte, una lampada accesa che illumina una macchina da scrivere e si difende dal buio di una grande stanza spoglia. Per certi versi quella dei National è una dimensione anacronistica: nervi, cuori e muscoli che resistono alla funesta digitalizzazione dell’epoca del terrorismo, dei social network e dello streaming.

Eppure, verrebbe da chiedersi come mai un gruppo che si mantiene sempre sulla stessa gradazione emotiva, quella disperata da bohémien decadente stonato dalla heure verte, riesca a ricevere tutti questi apprezzamenti. Certo, non possiamo dire che i National pecchino di coerenza nei confronti del loro sound e del loro immaginario, ma bisogna altresì tenere presente che già qualcun altro ha percorso questi sentieri e forse lo ha fatto con un piglio più imprevedibile. Basti pensare ai dEUS o, soprattutto, agli Afghan Whigs, che uniscono il dramma e il noir a sferzate rock cavalcando una tensione emotiva sempre labile. Questione, quest’ultima, che ci porta a un altro dubbio relativo al lascito di una band come i National. Difficile da dire perché non siamo di fronte a esordi folgoranti e staccati dal resto del panorama musicale come fu, ad esempio, per gli Arcade Fire. Un punto di contatto tra le due band, oltre all’amicizia che lega i vari membri, è la vittoria di un Grammy: Matt Berninger e soci ce l’hanno fatta nel 2018, e se per alcuni è soltanto il culmine di una carriera in costante ascesa, per altri è stato un ulteriore punto di domanda relativo alla qualità dei National.

Una lunga e interessante analisi apparsa sul sito Comics Verse potrebbe aiutare a sbrogliare il nodo. Al quintetto viene dato il merito di riuscire a descrivere la crisi dei millenials attraverso la catarsi e la depressione della loro musica, tutto questo con il fondamentale contributo di testi autolesionisti e pessimisti. A rendere il quadro ancora più nitido pensa Laura Barton del Guardian, che mette in risalto la facilità con la quale i National hanno conquistato fan e critica, e la collega direttamente alla capacità di immergere la melanconia in una dimensione intellettuale. Non è poi da sottovalutare un fattore decisivo, collante sociale per eccellenza: lo humor, che serve a sintetizzare questa «glistening melancholy», a ridimensionarla in una visione quotidiana, estirpandola da un’accezione universale e parametrizzandola alle piccole grandi battaglie giornaliere dell’essere umano. Non sorprendono quindi parole come quelle di Eric Spitznagel, che sulle pagine di Mtv.com si sente addirittura in debito con Berniger e soci perché grazie a loro ha imparato ad amare se stesso:

Trouble Will Find Me has everything I could want in a National album. It’s got smoky baritone vocals, songs about relationships ending badly and then getting analyzed all out of proportion, and the music sounds like what drinking scotch alone at 2 AM tastes like.

Un po’ padri, un po’ fratelli maggiori, i Nostri riescono insomma nell’intento di descrivere emozioni e paure generazionali, dato di fatto confermato, infine, da un articolo di Joe Winkler su The Huffington Post dall’emblematico titolo The National – The Band of Our Generation.

Alla base concettuale va aggiunta la dimensione prettamente musicale, che per alcuni è una costante ricerca sonora che parte dall’alt-country degli esordi e arriva addirittura fino a Björk Radiohead. Forse il Telegraph esagera un po’, ma si culla certamente sulle indubbie abilità musicali dei gemelli Dessner. Bryce, in particolare, è uno dei più stimati compositori contemporanei di musica classica (spesso viene accomunato a Richard Parry degli Arcade Fire e a Niko Muhly) e vive questo dualismo in maniera spontanea: «I have always been someone who has had a foot in two worlds, but it’s not that I’ve divided my personality – I’m the same person no matter what I’m doing». Stesso approccio quindi, ma mondi diversi, che però spesso si sfiorano, e ad avere la meglio è certamente l’emisfero indie-rock, che viene arricchito da tempi eterodossi, orchestrazioni e piccoli trick non proprio pop ma perfettamente incastrati in canzoni di rapida e immediata assimilazione.

«Even in the hard times, we always loved each other»

Ho imparato a non farlo nel Regno Unito. La prima volta che l’ho fatto è stato un paio di anni fa in uno spazio sicuro. Ha cambiato la dinamica della stanza. Ma nel Regno Unito ci sono sempre ragazzi ubriachi e devo lottare per tenere la cintura. Vogliono un souvenir. Vogliono i miei pantaloni! (Matt Berninger a proposito dello stage diving, Tribeca)

«Il pericolo non viene da quello che non conosciamo, ma da quello che crediamo che sia vero e invece non lo è»: sembra essere questa frase di Mark Twain una delle chiavi di lettura più utili per la comprensione della narrativa dei National. In loro non c’è un particolare interesse per l’ignoto, ma un assordante bisogno di sfidare la propria percezione della realtà. Ecco perché l’occhio di Berninger scruta i quotidiani rapporti interpersonali e le grandi questioni politiche e sociali con la stessa sensibilità ma, soprattutto, è proprio per questo stesso motivo che l’amore etilico dei suoi testi non perde affatto credibilità nonostante gli anni passino e una casa con moglie e figli minaccino di chiudere fuori i furori del rock e i capricci da star. Così, come il protagonista del romanzo di Philip Roth tenta di tenere assieme i cocci della sua famiglia, i National cercano di salvaguardare quella flebile traccia di umanità che resiste alla frenesia del nostro tempo. Si tratta di una battaglia che, senza esclusione di colpi, implica un viaggio introspettivo necessario, da affrontare anche a costo di guardare in faccia il baratro.

Per certi versi quello dei National è un affare di famiglia, e infatti sono ben due le coppie di gemelli in line-up e, ovviamente, il forte legame consanguineo garantisce un’intesa funzionale ai reparti della band. Quello ritmico è garantito infatti dal batterista Bryan Devendorf e dal bassista Scott Devendorf, mentre le chitarre e gran parte degli arrangiamenti sono affidati agli istrionici Aaron e Bryce Dessner. Anche se il debutto discografico dei National avviene nel 2001, gli eventi che determinano nascita e carriera del gruppo hanno luogo una decina di anni prima. I membri del quintetto vengono infatti da varie esperienze in altri gruppi: i Dessner e Bryan Devendorf erano impegnati simultaneamente nella party band Equinox e nei Project Nim, mentre Berninger e Scott Devendorf erano alle prese col progetto lo-fi Nancy, dal nome della madre del cantante. Andando a ritroso, già alla fine degli anni ’80 i gemelli Devendorf infiammavano i palchi col piglio punk dei Flaming Intenstines. Tracce di questa fase di rodaggio sono state prontamente rese disponibili sul web non appena l’ascesa della band è diventata tangibile.

Le radici di questo sound in divenire hanno un comune denominatore. Mettendo in fila l’evoluzione della band si potrebbe affermare che l’eclettismo dei Grateful Dead abbia avuto il suo peso nelle sonorità che sono poi diventate il marchio di fabbrica dei National. Le radici country e folk spiccatamente americane nella loro accezione più tradizionalista servono ad ancorare un innesto caleidoscopico i cui rami si diramano in ogni direzione, intersecando gocce di jazz, folate di elettronica e un decadente pop a tratti melodrammatico. Lo spirito multiforme e ruvido, incline al lisergico in alcuni momenti, è condiviso ma lì dove la band di San Francisco spinge sull’acceleratore della psichedelia altezza Summer of Love, quella di Cincinnati tira il freno e si rifugia nella disperazione intimista del post-punk. Entrambe le compagini, però, sono indissolubilmente legate alla necessità di comprendere l’essenza dell’identità americana.

Uno dei tratti distintivi più chiari dei National rimane il vocione di Berninger. Se il suo songwriting è figlio della scrittura oscura e decadente di un Morrissey o di un Leonard Cohen («ascolta la musica che gli forniamo per mesi e mesi, e scrive quaderni pieni di idee. Poi, gradualmente, mette insieme i testi come un collage; in questo modo le canzoni possono avere più argomenti allo stesso tempo. Riesce a mescolare l’onestà delle emozioni, parlando con humor di situazioni difficili e imbarazzanti», ci ha confessato Aaron Dessner qualche anno fa), il suo modo di cantare sconfina in terra d’Albione pescando a piene mani dai crooner britannici (parliamo di Brian Ferry ma anche della tensione drammatica di Ronnie Hilton), da quelli americani (Johnny CashTom Waits) e soprattutto dal re inchiostro, Nick Cave.

«The National sembrava la cosa più noiosa che potesse venirmi in mente»

Mescolare l’onestà delle emozioni, parlando con humor di situazioni difficili e imbarazzanti (Aaron Dessner, Sentireascoltare)

L’anno in cui la fisionomia dei National comincia a delinearsi è il 1998, quando i gruppi sopracitati per varie ragioni si sgretolano e i gemelli Dessner fanno da collante favorendo l’incontro umano e artistico dei cinque musicisti. La materia da plasmare è un grumo di sonorità assimilabili al rock entro il quale impazzano schegge di punk, folk, pop e sperimentazione che le precedenti esperienze riversano per forze di cose in questa nuova creatura. Sono proprio le tenebrose lande in cui si muovono Nick Cave & The Bad Seeds e Joy Division ad attrarre la voce baritonale di Berninger e i suoi colleghi, fascino che viene mitigato dalle sonorità dei Wilco e di Nick Drake che aleggiano in fase di scrittura. Se c’è un gruppo che più di tutti segna un parallelo coi National, però, sono i Tindersticks e il loro chamber pop infuocato da una vena indie rock pulsante. In questo processo alchemico un ruolo preponderante è quello giocato dai gemelli Dessner: autori e amanti di quella sfida affascinante che la musica leggera del ‘900 ha raccolto, ovvero alzare l’asticella e sorreggere il luccichio della semplicità con un’impalcatura azzardata e impervia. In poche parole, e facendo parlare la musica, basta ascoltare Demons, il brano di Trouble Will Find Me che, nonostante l’uso di un tempo non canonico nel pop come il 7/4, suona in maniera fluida e, per usare un termine in voga, catchy. I Dessner sfruttano questa tempra per collaborare con numerosi artisti e alternare la loro presenza nei National all’attività di produttori e compositori.

A volte l’inizio di una band è distante anni luce dall’aneddotica epica da almanacchi del rock. Per Berninger e soci è proprio così: l’album di debutto omonimo della sua band nasce quasi per caso, con zero live alle spalle, e in copertina ritrae una comunissima foto di Bryan Devendorf a bordo piscina. Lo stesso cantante spiega la scelta di questo nome così affascinante e vago allo stesso tempo: «Mi piacevano i nomi come The The, Smiths e Clean, il genere di nomi così noiosi da essere grandiosi. Questo era il loro grande pregio, non volevo un nome come Arctic Monkeys o qualcosa di intelligente, sai? Quindi National sembrava la cosa più noiosa che potesse venirmi in mente. Sarebbe diventato presto un problema perché è parecchio complicato da googlare». E pensare che alle sessioni di registrazione i National sono ancora in quattro e si fanno aiutare da amici come Mike Brewer, Nick Lloyd e Bryce Dessner, che entrerà di lì a poco in pianta stabile nella band.

«There is nothing you can say to ever make me leave you American»: il debutto omonimo

Quando sei un artista stai dicendo: «Sono un mago, non ho un lavoro, faccio canzoni». Se vuoi farlo davvero devi dimostrarlo. (Matt Berninger, NME)

The National esce il 30 ottobre 2001 per Brassland Records, etichetta fondata dai gemelli Dessner e Alec Hanley Bemis. Il debutto si incastra così in quella terra di nessuno creata dagli eventi che hanno cambiato per sempre il volto dell’America a ridosso del nuovo secolo, come il crollo delle Torri Gemelle. Quell’undici settembre lacerava una città e un’intera nazione, colpite da bolle speculative, lettere all’antrace e, più in generale, da un trauma bordato a lutto col quale la narrativa di artisti e intellettuali, statunitensi e non, ha dovuto fare i conti. Due erano le strade che la necessità di raccontare poteva percorrere: andare al cuore della questione infondendo speranza per il futuro, come Bruce Springsteen ha fatto con The Rising, oppure lavorare di fino, affrontare una serie di rimbalzi introspettivi attraverso gli specchi del quotidiano. Questo non significa voltare le spalle alla storia che irrompe nel quotidiano, ma parlare delle paure giornaliere nelle quali, volenti o nolenti, i grandi avvenimenti si riversano. «Matt direbbe “la politica è in ogni cosa”», confessa Bryan Devendorf al Guardian. Un ottimo esempio di questa scelta lo si trova in Sleep Well Beast, dove l’inquietudine del primo ventennio del XXI secolo, e in particolare le tensioni del biennio 2016 – 2017, serpeggiano nei testi introspettivi del disco.

Tornando all’esordio, The National è uno spaccato della vita americana popolato da looser che tentano di portare la propria vita altrove. La stessa condizione che stava vivendo la band dell’Ohio: cinque persone intrappolate nei vecchi comuni lavori nei giorni feriali per dare vita ai loro sogni di gloria durante i concerti, spesso gratuiti, organizzati ogni domenica. Sospesi tra routine e desiderio di rivincita, con un atteggiamento critico verso il sogno americano infranto e la voglia di rivalsa, i National e il loro debutto preferiscono la dura realtà quotidiana alla rassicurante fantasia onirica: «Non c’è niente che tu possa dire per far sì che io ti lasci Americana» testimonia il profondo legame tra il quintetto e la sua terra. Berninger parla in maniera velata attraverso metafore legate agli uccelli e narra in maniera tangibile di abbracci inutili, piogge necessarie, stelle cadenti e personaggi decadenti. Il suo punto di vista è costruito su fondamenta che poggiano sul nichilismo, sulla difficoltà da affrontare nell’instaurare legami umani, ma allo stesso tempo sulla speranza che un piccolo gesto, una promessa possano scrollare lo sporco di dosso: «but I’ll wake up and wait there for you, I’ll wait there for you».

«What you break is what you get»: dodici canzoni tristi per sporchi amanti

Alle belle persone non succede mai niente di male (Matt Berninger, It never happened)

L’esordio dei National presenta tutti i pregi e i difetti degli album di debutto: se da un lato lascia presagire il talento e la capacità di scrittura della band, dall’altro fa venire il dubbio che si tratti di pura fortuna. Probabilmente il fatto che The National non sia un caso discografico come, per esempio, An Awesome Wave degli Alt-j, permette alla band di rimettersi al lavoro senza particolari pressioni e, soprattutto, lascia al pubblico la curiosità per il suo successore. I due anni che intercorrono tra il debutto e Sad Songs For Dirty Lovers servono ai National per scegliere di affidarsi ai produttori Nick Lloyd, Paul Heck e Peter Katis e, soprattutto, per spingere sull’acceleratore della natura nevrotica di un rock corrosivo. Stavolta Berninger non ci parla soltanto dei suoi demoni, è letteralmente ossessionato dall’idea di rimanere bloccato. Non è una paralisi fisica, piuttosto un blackout emotivo che può avvenire nella sua mente o in quella degli altri. Musicalmente invece, Sad Songs For Dirty Lovers segna un’apertura del sound, con un allargamento della gamma di strumenti utilizzati: compaiono infatti tastiere, archi, fiati e un’elettronica sommessa, a bilanciare le folate rock di brani come Available, con un finale in crescendo in cui implodono saturazioni e urla strazianti. All’altra estremità stanno le spine che cingono il cuore pulsante della ballata Cardinal Song, dove il nullismo concettuale raggiunge uno dei suoi apici: «I am confused, stiff and pissed and lost and loose».

«Tutto ciò che dobbiamo fare è essere coraggiosi e gentili»: la presa dell’alligatore

Sto fumando molta più erba, per questo sono generalmente più pacato (Matt Berninger, Telegraph)

Si parlava prima dell’impegno politico che per forza di cose si riversa nei racconti quotidian: Mr November, un brano scritto anni prima e comparso poi in Alligator, testimonia questa connessione, in seguito al suo utilizzo per la campagna elettorale di Barack Obama alle Presidenziali statunitensi del 2005. La canzone, però, segna anche un altro momento importante: il passaggio alla Beggars Banquet, storica etichetta indipendente inglese, che ovviamente porta nei National pressioni e aspettative. Forse è proprio a questa sensazione che Berninger fa riferimento quando canta di inglesi in attesa e di confusione sul da farsi. Il terzo album del quintetto è il passo decisivo verso la scalata al successo che porterà la band, più di un decennio dopo, al primo posto in classifica nel Regno Unito. Prima di parlare di un disco che pur non essendo un capolavoro, risulta fondamentale per la carriera dei National, è giusto però fare un passo indietro e tornare al giugno del 2004, quando viene pubblicato l’EP Cherry Tree. Si tratta della terza pubblicazione con Brassland Records e alcuni dei suoi sette brani compariranno nell’album successivo. All The Wine è uno di questi e segna, già da qui e in maniera tangibile, un’ulteriore apertura nel sound: a dimostrazione, basta ascoltare il suo riff in pieno stile Interpol periodo Turn on the Bright Lights che rende più ariosi gli arrangiamenti rispetto al passato.

Alligator viene pubblicato nell’aprile del 2005, la stampa lo accoglie positivamente e i suoi singoli fanno breccia nei vecchi fan, riuscendo allo stesso tempo a conquistarne di nuovi in tutto il mondo. Se Karen e Secret Meaning pagano il dazio con le sonorità degli esordi, la frenetica Lit Up e soprattutto la dinamica Abel anticipano i futuri stilemi dei National: un Berninger bipolare, che biascica incontrollato e alticcio o sussurra disperato in base al suo stato d’animo, lasciato libero di serpeggiare su uno strato di chamber pop oscillante tra la ballata romantica e aspri germi post-punk. Una formula ancora incerta in alcuni tratti che, però, ben presto sarà sfruttata col suo massimo potenziale. I contrasti tanto cari ai National risultano quindi uno dei loro migliori pregi, notavamo in sede di recensione: «Sebbene, infine, tra i solchi si avverta un malcelato tentativo di seduzione della compassione dell’ascoltatore, attraverso la foliazione di tragici, intonsi manuali d’amore, la manifestazione di cupe atmosfere depressive, di drammi esistenziali così abilmente enfiati dalla voce di Berninger, l’espettorazione radicale del dolore segna composizioni dall’architettura moderata, sublimata, eterea, in aperta contraddizione con l’aporetico nichilismo lamentato dall’innocenza di questi paventati suoni».

«Feathers are falling on my feet»: la consacrazione del pugile

Quando scriviamo musica è tutto molto facile all’inizio. Molta di questa musica è iniziata come un qualcosa di ipnotico, con un andamento meditativo e circolare. In un primo momento mi sembrava musica molto spirituale. (Aaron Dessner a proposito di Boxer, The Line of Best Fit)

Due anni dopo gli inglesi continuano ad aspettare, ma questa volta lo fanno perché sono perdutamente innamorati dei National e non vedono l’ora di farsi violentemente cullare dall’oscuro sentimentalismo del quintetto americano. Boxer lancia i National al debutto televisivo tramite il David Letterman Show e il Late Late Show di Craig Ferguson, le sue canzoni vengono scelte per pubblicità, serie tv come Chuck e Cold case e film (Warrior), mentre i suoi testi finiscono addirittura citati in un libro (alcuni versi di Racing Like A Pro sono ripresi dal romanzo Imperia Bedrooms di Bret Easton Ellis). Siti e riviste di settore riservano al quarto album del quintetto, il secondo per Beggars Banquet, un posto d’onore nelle classifiche di fine anno. Siamo infatti nel 2007 e uno dei brani che rapisce i circuiti indie europei e a stelle e strisce intrufolandosi nei territori mainstream si intitola Fake Empire. L’uscita di questo brano sotto forma di singolo avviene addirittura nel giugno del 2008, ma Boxer aveva già tracciato il solco nel momento della sua pubblicazione, nel maggio del 2007. Il fansite italiano slowshow.org presenta un’accurata trascrizione dell’intervista che Berninger rilascia a Silvia Boschero per la trasmissione Moby Dick di Radio 2, nella quale si legge: «Uno scappare da una realtà terribilmente deprimente per crearsi un mondo immaginario in cui finalmente credere. Sono convinto che molti democratici, giovani, americani, progressisti, abbiano pensato questo durante i deprimenti otto anni di presidenza Bush». Ancora una volta l’orecchio teso agli eventi socio-politici e la mano che tasta il cuore in cerca di conferme, per sapere se quel muscolo batte ancora per sopportare la realtà.

Boxer (che in copertina propone una suggestiva foto della band intenta a suonare The Geese of Beverly Road al matrimonio dell’amico e produttore Peter Katis) è meno immediato di Alligator ma questo lo rende più affascinante. Fake Empire ci mette solo due minuti a incantare l’ascoltatore, Mistaken For Stranger punge con un inquieto sound oscuro, Brainy fa da paciere tra i Joy Division e gli Arcade Fire, e poi la presenza di Sufjan Stevens cristallizza la delicatezza di Racing Like a Pro e Ada. Sembra tutto al posto giusto all’interno del caos emotivo dei National, come una libreria che resiste all’uragano che ha spazzato via tutto il resto della casa. «Come una piccola goccia d’inchiostro in un bicchiere d’acqua», canterebbe il Berninger di Green Gloves. Il barbuto crooner di Cincinnati viviseziona i sentimenti umani rivestendo di decadente pessimismo le gioie infrante, le aspettative tradite e la necessità di riporre fiducia in qualcuno o qualcosa per sopportare il fardello del quotidiano.

In Boxer si parla di amici persi o scomparsi, di loschi personaggi che si credono più intelligenti del prossimo e quindi capaci di fregarlo alla prima occasione, ma anche di quelli che violano il tuo spazio personale senza pensare minimamente di arrecare un danno o di quando, nel bel mezzo della festa, vorresti soltanto andar via perché la noia e lo squallore ti hanno nauseato. Tutto questo, come al solito, ha per sfondo la grande narrazione americana: quella che fa compiere al lettore lo stesso viaggio introspettivo dei protagonisti. In fondo, i personaggi dei romanzi americani non sono mai uguali alla fine del romanzo. Berninger lavora in parallelo e cesella questa tradizione letteraria nei versi di brani dal forte potenziale pop: «I was up all night again, boning up and reading the American dictionary», confessa in Brainy. A corollario dell’album viene pubblicato l’EP The Virginia (2008), corredato dal DVD A Skin, A Night, diretto da Vincent Moon. La pubblicazione propone versioni demo, live e inedite dei brani di Boxer. Non è un mero esercizio di stile, piuttosto un buco della serratura dal quale spiare il processo di scrittura e la potenza live dei National.

«Ho capito cosa ci stiamo perdendo»: High Violet

Date fuoco al teatro e i National, quelli che hanno prestato attenzione prima di rinunciare al comfort della bellezza accattivante, ci suoneranno fino a quando le fiamme finali sfarfalleranno nell’immobilità. (Mike Diver su High Violet, BBC)

«So happy I was invited, gave me a reason to get out of the city»: il miglior modo per descrivere i cinque rockers che nel frattempo hanno messo su famiglia, si esibiscono sempre con britannico aplomb e sfuggono dalla mondanità. I National di High Violet, che per la prima volta segna uno scarto temporale più ampio di due anni tra un disco e l’altro della formazione, alzano ulteriormente l’asticella in fase di scrittura e produzione continuando a rimanere i soliti ombrosi romantici sinceri e ancorati alla realtà. Realtà che in questo caso vuol dire vivere il quotidiano, magari quello del proprio quartiere, ma vuole dire anche radici, e quelle dell’America sono intersecate dalla veracità del country e dalla spiritualità del soul. Si tratta di due vene che hanno sempre pulsato sotto la pelle dei National: il sound degli inizi, il titolo di Gospel e la preghiera pagana di Bloodbuzz Ohio (enfatizzata dalla versione del Choir! Choir! Choir! comparsa in rete nel settembre del 2017) sono sono alcune delle tracce evidenti di questo DNA. Quello che invece non era scontato, è il successo del quinto album della band: 350.000 copie vendute negli Stati Uniti e 750.000 nel resto del mondo, debutto in classifica Billboard al terzo posto e varie certificazioni sparse per il globo. Gli outsider si stanno trasformando in protagonisti della festa.

Come l’argenteria tirata a lucido per le grandi occasioni, High Violet cattura l’estro dei National e li rende più maestosi ed epici rispetto a prima. Bastano pochi secondi infatti per farsi abbracciare dal velluto pericoloso di Terrible Love, delicata come la neve e violenta come l’acquazzone estivo messo a tacere dal sole. Qui e lì, la tentazione di cedere al sound da grandi spazi in stile U2, in linea con quanto accade proprio nel 2007 con gli Arcade Fire e il loro Neon Bible, e soprattutto il conforto straziante di brani come Sorrow o Runaway. Andando più a fondo, notavamo in sede di recensione che High Violet è sostanzialmente una conferma della parabola ascendente della band, uno stato di grazia che riflette buoni arrangiamenti a metà tra il malinconico e il bohemien. La commistione definisce così un «suono mainstream per la nuova borghesia democratica americana» che i  National forgiano sulla loro abilità di raccontare lo zeitgeist statunitense del 2010. Niente di più vero, ma anni ancora più oscuri sono in arrivo. Non è quindi un caso che i colori in copertina del quinto album dei National lasceranno ben presto il posto al cromatismo bianco e nero. Visto col senno di poi, un verso della conclusiva Vanderlyle Crybaby Geeks sembra essere premonitore: «the waters are rising».

«Sono proprio contento di non riuscire a spiegarlo»: Trouble Will Find Me

Se c’è un certo livello di ansia, pressione e tensione tra di noi in un disco, è solo perché, non riesco a dirlo diversamente, è difficile fare un disco. È veramente molto, molto complicato persino fare un mezzo disco carino. Fare un buon disco a volte può essere davvero un processo tortuoso. (Matt Berninger a proposito di Trouble Will Find Me, Stereogum)

Quando nel maggio del 2013 i National diventavano un’istallazione artistica suonando per sei ore e 115 volte consecutive Sorrow al Moma Ps1 di New York, il loro sesto album era già in viaggio verso gli scaffali dei negozi musicali di tutto il mondo. Trouble Will Find Me esce il 17 maggio per 4AD e, seppur musicalmente e testualmente cupo e in pieno stile National, viene composto da una band in stato di grazia dove Aaron Dessner è ispirato dalla recente nascita di sua figlia Ingrid Stella e Matt Berninger confessa sereno: «Non ero preoccupato, non m’importava di cosa avrebbero parlato le canzoni o se sarebbero state deprimenti, fighe o qualsiasi altra cosa». Gli fa eco il collega e neo-papà Aaron, affermando che le menti dei musicisti si sono immediatamente connesse e hanno accolto a braccia aperte la nuova alchimia, un equilibrio strano che ha generato i brani più complessi mai scritti e allo stesso tempo quelli più semplici e umani.

I demoni che naufragano nel mare d’amore di Trouble Will Find Me prendono vita a causa dell’uragano Sandy che strappa i National dai loro progetti paralleli e li costringe a rispondere ancora una volta alla realtà che irrompe nel quotidiano. La band a stelle e strisce continua a seguire il proprio processo creativo senza stravolgere il sound, ma schivando di album in album le possibili aspettative dei fan. Parliamo di un completo raggiungimento di una maturità artistica che vive di contrasti: esplosioni di gioia malinconica, discese in romantiche tragedie personali e, ancora, frenetica immediatezza e passaggi complessi e cervellotici si alternano in un flusso pop austero ed elegante. Quello che è ormai diventato lo stile National.

La libertà che i Nostri hanno raggiunto è palpabile su più livelli. Se da un lato Berninger si lascia andare e accatasta diari pieni zeppi di pensieri svuotati e riempiti dallo stream of consciousness, il resto della band è libera di serrare i ritmi (Graceless, Don’t Swallow The Cap) pur partendo con due ballate come I Should Live in Salt e Demons, straziare il cuore con Fireproof o I Need My Girl e, con un fitto elenco di amici accorsi a dare una mano in fase di registrazione, di incantare con This Is The Last Time, dove la voce di St Vincent impreziosisce una gemma di rara bellezza.

«I try to save it for a rainy day, it’s raining all the time»: la buonanotte alla bestia

È stato emozionante! Ero sotto la doccia quando mia moglie mi fa «Aaron, hai vinto un Grammy!». E poi, mio ​​figlio Robin, che ha 3 anni, ha iniziato a piangere perché pensava che qualcosa non andasse. E poi mia figlia dice «Cos’è un Grammy? È importante?». Per un attimo ho dovuto pensare a come rispondere. Ma è eccitante, siamo onorati e grati. Non è qualcosa che avremmo mai pensato di vincere, o deciso di ottenere, davvero. (Aaron Dessner, Pitchfork)

I quattro anni che separano Trouble Will Find Me dal settimo album in studio dei National, l’intervallo più lungo nella discografia della band, sono nuovamente ricchi di progetti paralleli mitigati dall’uscita del documentario Mistaken For Stranger. Nel mezzo i vari EL VY, il quartetto formato da Sufjan Stevens, Bryce Dessner, Nico Muhly e il batterista James McAlister, e la più oscura collaborazione messa in atto dai LNZNDRF. Ad alimentare la curiosità verso un nuovo disco dei National pensa il buon Berninger, che nel giugno 2014 a Gigwise confessa che la lentezza dei lavori è dovuta al fatto che ogni membro sta cambiando il proprio approccio lavorativo in fase di composizione. La cosa che però rende più caratteristico questa sorta di nuovo corso procedurale è il ritrovarsi per la prima volta tutti in una stanza, senza scambiarsi materiale via e-mail o registrare in giro per il mondo.

Prima di tornare con un nuovo album di inediti arriva il momento di celebrare a dovere una delle influenze più importanti per la costruzione del sound National: nel maggio del 2016 viene pubblicato un quintuplo CD dal titolo Day Of The Dead. Si tratta di una compilation tributo ai Grateful Dead prodotta da Aaron Dessner e co-prodotta da Bryce Dessner e Josh Kaufman, i cui ricavi vengono destinati a Red Hot, l’organizzazione che si occupa di combattere l’HIV/AIDS attraverso la pop culture. La lista di amici che prendono parte all’iniziativa è sterminata: Wilco, Flaming Lips, Courtney Barnett, Anohni, War on Drugs e Justin Vernon’s band sono solo una parte. Non è la prima volta che i National uniscono impegno civile e musica, visto che già nel 2009 Aaron e Bryce Dessner avevano prodotto un’altra compilation (sempre in collaborazione con Red Hot) dal titolo Dark Was The Night. Anche in questo caso molti amici, come Arcade FireBeirutBeach House e tanti altri, rispondo alla chiamata. Tornando al 2016, l’omaggio ai Grateful Dead raggiunge un buon compromesso tra tradizionalisti e sperimentalisti, un buon equilibrio che risulta essere anche il perno del settimo album di Berninger e soci.

Per capire con quale reputazione i National arrivano a Sleep Well Beast basta leggere un’intervista del Guardian (agosto 2017) in cui i cinque vengono definiti come «i Radiohead americani». C’è un passaggio nell’articolo che custodisce il segreto di trent’anni di amicizia e diciotto di onorata carriera insieme; è Aaron Dessner a prendere parola: «Anche nei momenti difficili ci siamo sempre voluti bene l’un l’altro […], ci sembra di continuare a migliorare». E il miglioramento è palpabile, come notato in sede di recensione di Sleep Well Beast: «è una fucilata al cuore, un viaggio introspettivo in bianco e nero attraverso l’inquietudine del nostro secolo». La pallottola porta con sé l’impronta della band, dalla fiumana sotterranea post-punk che serpeggia lungo tutta la loro carriera ai momenti sinfonici quasi barocchi, dall’immancabile centralità di un pianoforte gravoso e notturno alla sfida continua tra ballate strappalacrime e veri e propri pugni allo stomaco. Dare la buonanotte alla bestia significa addormentarsi con la consapevolezza che i fantasmi a qualche incubo di distanza dal nostro letto rimarranno lì al nostro risveglio. Ma salutare le nostre paure recondite con un’espressione distesa, come se ci stessimo rivolgendo a un nostro caro, vuol dire anche imparare a convivere con tutto quello che ci spaventa, che non ci aggrada o che minaccia il nostro benessere.

Così, riversando in musica le proprie ansie e usando quest’ultima come rimedio contro le crisi di panico o i demoni interni, i National raggiungono un risultato che va al di là del suo valore numerico. Il primo posto nelle classifiche di vendita britanniche suggella un costante lavoro di maturazione artistica e autoanalisi che riflette in maniera del tutto personale il periodo storico che stiamo vivendo. Non saranno soltanto canzoni tristi per sporchi amanti: la narrativa del quintetto si è evoluta nel tempo, così come le coordinate sonore, sempre uguali e diverse, hanno abbracciato un sobrio sperimentalismo che ha serpeggiato lungo tutta la produzione, per poi emergere chiaramente negli ultimi album.

Per certi versi i National sono una sobria favola dei tempi moderni: lontani dal jetset e in piena mezz’età, svolgono il loro lavoro controbilanciandolo coi doveri familiari. Niente di esagerato, a parte le bottiglie di vino che Berninger svuota sul palco. Parliamo di persone ordinarie, così come lo stesso nome della band suggerisce, che probabilmente per il loro essere tremendamente umane e ancorate ai piccoli aspetti del quotidiano riescono a dar voce in maniera credibile alle ansie del nostro periodo storico. Come ogni favola che si rispetti c’è un (provvisorio) lieto fine: la classe operaia va in paradiso e, così com’era successo con gli Arcade Fire, anche i National hanno i loro quindici minuti di notorietà planetaria vincendo il Grammy nel 2017. Parafrasando il buon Philip Roth citato all’inizio, sappiamo di essere vivi sbagliando, e i National con la loro malinconica disperazione sono lì a ricordarcelo.

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