Recensioni

7.8

Qui su SENTIREASCOLTARE abbiamo già iniziato ad approcciare il filone “letteratura(p)” e dintorni (vedi l’intervista ad U.G.O. sulla sua letteratura potenziale). Torniamo ora sull’argomento in occasione della pubblicazione del quarto album di Alessio Mariani aka Murubutu, ovvero il principale autore ed interprete di questo filone – nonché, senza grossi dubbi da parte di chi scrive, il migliore rapper e storyteller che abbiamo la fortuna di vantare in Italia. L’uomo che Viaggiava nel Vento segue il fortunato (e magnifico, e probabilmente tuttora insuperato) Gli Ammutinati del Bouncin del 2014, disco con il quale il qui presente dialoga implicitamente a più riprese e con cui condivide elementi di continuità, pur segnando alcune novità (non rotture, forse semplicemente naturali evoluzioni).

Partiamo dal concept che nuovamente funge da fil rouge tra i vari racconti del disco: il vento. Come il mare, tema portante e trasversale degli Ammutinati, anch’esso può essere facilmente associato all’idea di viaggio, di trasformazione (in più di un’occasione anche e soprattutto dei personaggi protagonisti). Se negli Ammutinati la costante marittima legava indissolubilmente questi concetti ad un’ambientazione spaziale piuttosto definita – il mare, appunto – in questa nuova raccolta il vento si rende connettore eminentemente concettuale, elemento fisico che sembra prelevare i personaggi via via protagonisti dei diversi racconti e collocarli, riunendoli, in una dimensione metafisica (intesa come “oltre” la dimensione puramente spaziale) più che contestuale. La carrellata di ritratti e di storie che si susseguono sembra infatti avere generalmente come comun denominatore una ineludibile – e, molto spesso, tragica – esigenza di fuga: dall’ignoranza e dalla semplicità della propria vita rurale per Pampero, dal castigo che le tenebre le hanno imposto mutilandola della sua passione per Giulia, dai «bordi di sta provincia grigia» per Paolo, dalla condanna a un matrimonio combinato per Dafne, dalle miserie del dopoguerra per Maria. Lo schema narrativo che Murubutu ha definitivamente consolidato nell’album precedente si ripropone con una certa costanza, ma senza per questo risultare prevedibile o scontato: il turning point, l’evento tragico – che puntuale giunge a risolvere la vicenda senza contemplare catarsi o consolazione per il lettore/ascoltatore – è sempre un pugno nello stomaco. Forse ancora più che negli Ammutinati il lieto fine sembra qui essere deliberatamente scansato da Mariani, che [SPOILER] tra suicidi, cecità degenerative, Alzheimer, povere ragazze sedotte, abbandonate e infine bruciate vive, non si fa mancare proprio nulla.

Probabilmente è proprio questa inevitabile e verosimile tragicità verista a rendere così vivi e pulsanti i suoi personaggi e le loro vicende. Certo, anche lungo i dischi precedenti, i racconti di Murubutu con un lieto fine si contano sulle dita di una mano. E spesso anche quelli più “felici” non lo sono del tutto, come nel caso de La Collina dei Pioppi: oltre al dramma della Guerra e della deportazione che spezza una serenità pura e genuina, ma finalmente ritrovata dopo le varie vicissitudini dei due protagonisti, alla fine comunque la Morte sopraggiunge, inevitabile, seppur in pace e senza rimpianti. Riallacciandoci ad un’attualissima analisi di Umberto Eco contenuta ne Il Superuomo di Massa, potremmo definire quelli di Murubutu come racconti anti-popolari: essi infatti contengono (nella stragrande maggioranza dei casi) la negazione di quella consolazione catartica e del ristabilimento dell’ordine iniziale – attraverso la riforma, mai con la rivoluzione – superando le tensioni centrali. Un consolatorio compromesso con i gusti del pubblico che Eco riscontrava nei feuilletton ottocenteschi e che sembra, oggi più che mai, riaffermarsi in forme ancora più pop e sempre più standardizzate come, ad esempio, i film supereroici. Ecco allora che Murubutu, rifacendosi al Naturalismo e al Verismo, a Madame Bovary e al Verga, è oggi un outsider della narrativa pop contemporanea, negando la facile riforma consolatoria per abbracciare la vera provocazione letteraria: il Dramma irrisolto, la Verità, la speranza (residuale, ma presente) senza illusione.

Oltre a quanto appena detto, ciò che rende così straordinaria la forza narrativa di Mariani è la sua capacità di tratteggiare in pochi(ssimi) versi personaggi estremamente sfaccettati, ver(osimil)i e proprio per questo immediatamente empatizzabili da parte dell’ascolta(let)tore. Ci si affeziona immediatamente ai protagonisti di questi brevi racconti, e quella familiare sensazione di vuoto che sopraggiunge quando si arriva alla conclusione di un romanzo è qui reiterata per ogni traccia. Ogni pezzo di Murubutu è un potenziale libro, spesso anche di notevole estensione ipotetica, ma adattando la sua abilità narrativa al formato canzone il risultato finale non è affatto limitat(iv)o. Quello che abbiamo tra le mani è quindi (nuovamente) una sequenza di vite, percorsi e storie condensati in 3-4 minuti di durata ciascuno, brevi ma intensissimi cicli narrativi auto-conclusi in cui vi è uno scollamento enorme tra fabula e intreccio, senza però che le inevitabili ellissi mutilino la potenza evocativa del racconto. In 4 minuti Murubutu è capace di narrare l’intero arco di vita di un personaggio, senza che nulla risulti perduto nell’adattamento. Resta poi da decidere – ma questa ambiguità soggettivamente (ir)risolvibile è uno dei suoi spunti più peculiari e stimolanti – se taluni personaggi siano “reali” o puramente metaforici: è il caso, ad esempio, de La Bella Creola, dove la figura femminile potrebbe essere una personificazione dell’Istruzione, che infatti poi abbandona Pampero perché deve necessariamente essere “di tutti”. Non che le due interpretazioni si autoescludano, sia chiaro, anzi proprio la loro possibile (probabile?) convivenza è ciò che aggiunge al racconto un’ulteriore spessore. Precedenti analoghi possono essere rintracciati in Marzio Febbraro (Anna e Marzio) o nella figura femminile di Quando Venne Lei. Ad ognuno la sua lettura, in un’uniformità di potentissime suggestioni aperte a plurime interpretazioni.

Le strutture hip hop attraverso cui tutto questo è veicolato sono al solito filologicamente corrette, con beats ricchissimi e generalmente molto regolari, e un sapore vagamente old school ma sempre personale e riconoscibile. Per diversi aspetti questa nuova uscita sembra però spostarsi musicalmente verso lidi più pop: a partire dal flow, generalmente più morbido e piano, tranne qualche eccezione come la virtuosistica Bora e un nuovo episodio collettivo di ispirazione mitologica (Il Re dei Venti), fino ai ritornelli più aperti, orecchiabili e cantabili. Anche i sample sembrano assecondare questa direzione, come ad esempio nel caso del rimaneggiamento di River Flows in You su cui è costruita Grecale; una scelta che potrebbe disturbare i puristi, essendo l’originale di Yiruma un brano pop stucchevole il giusto e travestito da pezzo classico da parte di un autore abbastanza disprezzato negli ambienti di riferimento, e associato ormai (con un po’ di faciloneria) più che altro a tutto l’immaginario Twilight e affini. Il rischio è però scansato senza alcun impasse e la traccia risulta da subito uno degli apici del disco tutto, vuoi per l’eleganza e la sobrietà della scrittura (persino superiori agli – altissimi – livelli abituali), vuoi per la potenza della storia raccontata.

Oltre alle due valide collaborazioni femminili di Dia e Amelivia (già presente ne La Penna Magica), che possono inserirsi nel precedente discorso sulle istanze più pop presenti, un interessante segnale è mandato anche sul versante dei featurings più attesi. Inaspettatamente assente Claver Gold, gli altri tre (grandi) nomi presenti sono pescati direttamente dalla migliore elite di scrittura, per quanto riguarda «le rime in italiano»: Rancore, Dargen D’Amico e Ghemon sono personaggi che si presentano da soli, e la loro caratura da sola è un significativo indice sia del credito che Murubutu può vantare, sia del valore “scritturale” di questo disco (e infatti nessuna delle tre strofe da loro firmate si rivela inferiore alle altissime aspettative).

«Un altro rap è possibile», e una delle (tante) strade praticabili è proprio questa. Personalmente, è quella che preferiamo.

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