Recensioni

6.9

Possono bastare tre nomi di persona per raccontare un album o, perlomeno, configurarne stile, ispirazione e forma? Scommessa interessante per la quale vale fare un tentativo. Nel caso dell’esordio dei Muzz a rispondere all’appello sono Paul Banks, Josh Kaufman e Matt Barrick.

Per i meno pratici paliamo, nell’ordine, del leader degli Interpol, di un producer, turnista e membro dei  Bonny Light Horseman e del batterista di  Jonathan Fire*EaterThe Walkmen. Basta questa prima e superficiale analisi per riuscire già a scontornare l’immagine e individuarne dei punti fermi: supergruppo, voce baritonali, echi new wave/ folk/jangle e sullo sfondo una New York a cavallo tra primo e secondo millennio. Tutto (o quasi) confermato all’ascolto, ma con gustose aggiunte che impreziosiscono il nostro esperimento.

Il dialogo georgico che schiude l’uscio in Bad Feeling (mellifluo il suo sax in coda) accompagna più o meno tutti i 44 minuti dell’album e con il suo mood confidenziale funge da trait d’union tra ritmi jangle (Everything like it used to be, Knuckleduster), folk (Red western sky), shoegaze (Chubby checker). Un pacchetto completo di esperienze e lesson learned rielaborate (in ben cinque anni dalle prime demo della band) in un output nuovo, complesso e carico di spleen. I tempi dilatati di elaborazione dell’album hanno contribuito ad espanderene in maniera direttamente proporzionale anche lo spazio emotivo. La nostalgia per nulla anacronistica che pervade i testi è il miglior manifesto di quanto appena esposto: «We’re pretty ancient, that’s what all the silence means, speed runs the whole generation, torment of ease» (Bad feeling), «And now the days are numbered and all the games have run. Well, I plead my case, ‘cause nothing’s over. I will bleed my way until it’s done» (Patchouli). Un continuo zizagare tra passato e presente in cui quello spleen di cui sopra non è l’esplosione di angosce esistenziali difficili da controllare quanto piuttosto il sintomo di una ritrovata serenità.

In conclusione, ci sentiamo di ritirare l’appellativo di supergruppo, troppo freddo, meccanico e inutilmente aprioristico. I Muzz sono, come ha già detto qualcuno, più di una semplice somma di elementi o una gelida accozzaglia di personalità distinte, un progetto invece ben delineato e raffinato: un caldo e genuino backtrack.

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