Recensioni

Con un titolo che riecheggia quello del Molleggiato di qualche anno fa, Nada celebra, più che il 50° anniversario del suo esordio sanremese, il ventennale di quello del 1999 in cui, col singolo Guardami negli occhi e l’album Dove sei sei, inaugurava una seconda carriera come cantautrice alternative-rock. Questo nuovo disco è prodotto da John Parish, già dietro al banco nel 2004 per Tutto l’amore che mi manca, disco che di questa seconda fase fu un episodio centrale sia per alcune canzoni in scaletta (Senza un perché, ripescata e portata recentemente al successo da Sorrentino; la title-track, che come ci disse in un’intervista, è uno dei testi manifesto del suo tenersi ai margini; la ghost-track Le mie madri, nella quale il confronto con la madre, già aperto con Meraviglioso nel disco precedente, trova un vertice di intensità e pathos emotivo), sia per il suono spigoloso e con ruvidezze Shellac – che non piacque ai recensori meno coraggiosi, ma che dopo l’approccio graduale dei due precedenti dischi si schierava decisamente dalla parte dell’indie – sia perché, con Cesare Basile a suonare e a scrivere e Howe Gelb che le donò la Classico che aveva pensato inizialmente per Marianne Faithfull, Nada si collocava all’interno di quella rete di rapporti, di quel filone alternativo che dall’Australia di Mick Harvey e Hugo Race arrivava al Dorset di Parish, fino agli USA di Gelb, passando per la Sicilia di Basile e Marta Collica.
Il ritorno del produttore rischia dunque di scomodare paragoni difficili, ma il senso qui è un altro. Mentre sfoggia la solita capacità di tenere insieme opposti quali suadenza e rabbia, tenerezza e disperazione, capricciosità e seduzione, slanci e pessimismo, grazie a un canto la cui solida impostazione d’altri tempi padroneggia i passaggi da melodie classiche al rock condito di scarti verso l’informale (un grido tenuto due secondi più a lungo, un accenno di cantilena), il disco porta a compimento la tendenza accennata nei due lavori precedenti a far convivere il suo lato indie rock con quello pop/anni ’60. Non a caso, tolta la partecipazione in tre brani del trombettista Pete Judge dei Portishead, la band di questo disco è significativamente composta di due soli elementi: Parish, appunto, e Gerry Manzoli, marito e complice musicale della Nostra: coppia improbabile sulla carta, ma funzionale alla riuscita dell’album.
L’iniziale title-track esprime irrequietezza («e la vita è una bottiglia, una tristezza che si taglia nell’aria […] ho troppe cose, nessuna che mi tiri su»), tra apertura solare della melodia e dialogo tra la chitarra parishiana e i delicati tocchi di piano, Due giorni al mare stacca dal quotidiano in uno dei tipici paesaggi indolenti dell’autrice, il singolo Dove sono i tuoi occhi pulsa ed esplode in dinamiche vicine ai dischi con Basile, Disgregata prima smentisce il titolo procedendo padrona di sé poi, dopo un ritornello dai sapori rondelliani, sorprende abbandonandosi a uno scat straniante. E se O madre è una nuova tappa del solito confronto, dove la figura della genitrice diventa quella archetipica dell’abisso nel quale si scende per trovare sé stessi e rinascere, in questo disco si parla anche del padre (All’ultimo sparo, un militare più pedina che attore), mentre Stasera non piove contempla l’universo su una chitarra harveyana, Macchine viaggianti cita un «cuore duro di pietra» (quello della copertina di Tutto l’amore…?), Lavori in corso immagina una sopravvivenza alla distopia, ritrovando forza nonostante la stanchezza d’animo tra i ricami di una tastierina, col tema che prosegue nella successiva Un angelo caduto (richiamo evidente a una delle due hit storiche di Nada).
Dunque, non una seconda puntata del disco del 2004, ma una variante nella continuità, anche se questa tappa dell’esplorazione a livello compositivo presenta zero cadute, ma anche pochi picchi veri. O forse, Nada ci ha abituato male, con un livello qualitativo delle uscite sempre molto alto.
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