• Apr
    19
    1994

Classic
Nas

Columbia Records

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Illmatic è un disco che pur inserendosi a pieno titolo nella faida East/West degli anni ’90 ne trascese le contingenze, e nei sempiterni discorsi da bar è frequente – e legittimo – sentirlo in lizza anche per la corona di miglior album hip hop di sempre. Questa aura da classico immortale e capolavoro di perfezione produttiva, e forse soprattutto lato testi, l’esordio di Nas se la prese subito. Il successivo avvicinarsi del rapper di NY a tentazioni un pochino più “alimentari” contribuì poi a cementarne lo status di insuperato masterpiece a cui tutti guardano ancora con un misto di venerazione, rimpianto, nostalgia e biasimo.

Se già abbiamo iniziato a vedere in cosa e per come l’hip hop di costa atlantica si differenziasse dal cugino occidentale con The Low End Theory degli ATCQ, con Illmatic – pur restando nello stesso sistema solare – siamo totalmente su un altro pianeta. Dimenticate il rigido e scarnificato minimalismo-duale bass-drums dell’album di Q-Tip e Phife: qui le influenze jazzate restano eccome, ma l’impianto – pur senza essere massimalista – è ben più florido. Il team produttivo alle spalle di Nas è imponente e composto da Dj Premier (metà del duo Gang Starr), Large Professor (tra le sue altre cose, ricordiamo soprattutto i Main Source), L.E.S., Pete Rock (che canta anche nel ritornello di The World Is Yours) e proprio lo stesso Q-Tip. Per capire meglio cosa rappresentassero questi beatmakers al tempo è utile citare lo stesso Nas: «at the time, getting a beat from Pete Rock was like getting a beat from Kanye West or Timbaland or fuckin’ Dr. Dre». La mole di classici jazz campionati e rimasticati è imponente: giri di piano, trombe, corni, bassi swing e coretti di sfondo, tutto contribuisce a creare un alone di colta raffinatezza che sembra fare da morbido contraltare ai testi di Nas (ma ci torneremo). La tradizione jazzistica di NY è ben nota, e lo stesso rapper è cresciuto tra i vinili del padre Olu Dara, trombettista jazz che compare nel disco suonando live la tromba sulla coda di Life’s a Bitch in un simbolico e affascinante passaggio di testimone. Non mancano inoltre infiltrazioni di pop nero, come Michael Jackson e i Jackson 5 (anche citati espressamente in un paio di lyrics).

In questo squisito florilegio di eleganza newyorchese, le rime di Nas regalano al disco un definitivo posto nella Storia. Se il giovane rapper, già prima della pubblicazione di Illmaticaveva la sua ingombrante ombra da next big thing prontamente cucita addosso, dopo il disco il suo nome sarà accostato al solo Rakim per quantità e ricchezza di contributi e innovazioni alla metrica rap. Parliamo soprattutto di rime multisillabiche e rime interne, che in questo disco abbondano oltre ogni misura creando un flow iper-tecnico e difficilissimo, vario e opulento, per un trionfo di figure retoriche e costruzioni chiasmiche, allitterazioni e altre figure di suono. Vale la pena citare, a titolo esemplificativo, un paio di versi come «Born alone, die alone; no crew to keep my crown or throne» da The World Is Yours e l’autoreferenziale capolavoro «Nasty Nas has to rise, ‘cause I’m wise / This is exercise ‘til the microphone dies» da Halftime. Paradossalmente la strofa più bella, difficile e tecnica di questo disco (spesso additata come la migliore di sempre) è spittata non da Nas ma dal sottovalutatissimo AZ in Life’s a Bitch, dove l’intreccio da costruzione del periodo e artifizi formali e fonetici raggiunge livelli davvero vertiginosi (leggere per credere).

Siamo comunque ben lontani da una sterile masturbazione manieristica di virtuosismi retorici: il tutto è al servizio di una capacità di scrittura incredibile e polimorfa, che spazia dall’invettiva allo storytelling continuando a cambiare punti di vista (di soggetto e di tempo, come quando a raccontare è il Nas adolescente) e soluzioni narrative. Forse mai prima d’ora un disco hip hop era riuscito a restituire a tal punto una città e le sue contraddizioni: il crimine e la droga di Queensbridge e la durissima vita nei projects sono veicolati non filtrati da una prevedibile denuncia moralistica, né dalla discutibile esaltazione celebrativa del G-funk. Nas per davvero riferisce e basta, oggettivo e clinicamente osservativo, la real life del NY State of Mind spogliata dalle stantie patine luccicanti e ottimistiche da sogno americano (pensiamo all’omonimo brano di Billy Joel).

Nove tracce (e una breve intro) senza intermezzi e senza alcun calo qualitativo, dove l’unico pezzo più lento e compassato – One Time 4 Your Mind – è accerchiato da una sfilza di mine senza tempo. Miglior album hip hop di sempre? Se ne può parlare, ma potremmo starci (Biggie permettendo).

22 Agosto 2017
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