Recensioni

6.3

Ci sono dei meccanismi sconosciuti e non scritti secondo i quali alcuni artisti o dischi arrivano dalle nostre parti già salutati come la next big thing che tutti aspettavano: Natalie Prass incarna perfettamente questo fenomeno. La cantautrice americana proveniente da Cleveland sbarca in Italia con il peso di un album prodotto dalla Spacebomb di Matthew E. White, guru moderno di certo country soul orchestrale, portando a casa il risultato con un disco di indubbio gusto pop e retromaniaco nei confronti di una tradizione legata a Diana Ross, Fleetwood MacCurtis Mayfield.

La formula di questo omonimo debut album è molto semplice: prendere certo pop malinconico e dal vago retrogusto soul oriented, rivestirlo con un’orchestra di fiati, ottoni e violini e gettare la mina in un campo dove al momento questo tipo di produzione sta funzionando piuttosto bene. Il risultato è però controproducente alle orecchie di chi è già piuttosto smaliziato: un certo eccesso nella produzione, un senso di barocchismo e patinata levigatezza attraversano infatti tutte e nove le canzoni di questo disco. Al di là del groove piano oriented del singolo Bird Of Prey – obbiettivamente uno dei brani più efficaci anche perché leggermente diverso dal mood generale dell’album – e del leggero e cadenzato tocco rhythm’n’blues che emerge in Why Don’t You Believe In Me, dell’opera prima di Natalie Prass non resta molto; e riferimenti a figure come Sharon Van Etten, Joanna Newsom (soprattutto nel brano Christy costruito sull’arpa) e Feist non fanno alzare di molto il peso concreto di questo lavoro.

Il paradosso di Natalie Prass è che a fronte di una produzione focalizzata sulla valorizzazione del pathos, il disco arriva freddo, monocorde ed eccessivamente lavorato: con la conseguente sensazione di scarsa spontaneità e naturalezza. Peccato perché la scrittura c’è e la formula della dimensione orchestrale che va braccetto con certo pop soul dal sapore 70s poteva essere giocata meglio. Come? Semplicemente ripulendo il lavoro fatto da tutta una serie orpelli che non fanno altro che farlo suonare sforzato. Il detto less is more funziona sempre.

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