Recensioni

7.4

Ricostruire con esattezza ciò che accadde a Neil Young nel triennio 1973-1975, dopo il clamoroso successo di Harvest (1972), non è semplice. La discografia ci dice: quattro album bellissimi come Time Fades Away, On The Beach, Tonight’s The Night e Zuma, i primi tre spesso chiamati a comporre la cosiddetta “trilogia del dolore”, conseguenza del difficile periodo vissuto dopo la morte di Bruce Berry e Danny Whitten, a cui si sovrapposero i problemi di tossicodipendenza e familiari dello stesso Young (il rapporto problematico con Carrie Snodgress, i gravi problemi di salute del loro figlio Zeke). Visto da qui, sembra un periodo folle e prodigioso, nero come la notte dell’anima però attraversato da bagliori accecanti di ispirazione. A tutto ciò va applicata la proverbiale refrattarietà del canadese per la via più ragionevole alla gestione delle proprie risorse, che lo hanno visto nel tempo accantonare progetti e canzoni come se non potesse importargli di meno, anche quando la convenienza economica o la validità artistica avrebbero suggerito di sfruttare al massimo la situazione. 

Se tutto questo non ha contribuito a rendere lineare la carriera di Young, che è anzi tra le più tortuose che si conoscano almeno a tali livelli di popolarità, di contro chi lo conosce e ama sa quanto questo aspetto faccia parte integrante del personaggio e della sua calligrafia espressiva, senza contare che ha offerto negli anni la possibilità – il brivido – di riscoprire pepite lasciate a risplendere nel buio di qualche cassetto (in effetti, tutto il progetto grafico del Neil Young Archives rimanda a quest’aura da catalogazione vintage piuttosto caotica). A parte le costanti (e ormai abbastanza monotone) uscite dedicate ai live d’epoca, l’appuntamento coi “dischi perduti” si è già consumato nel 2007 con Chrome Dreams II (in realtà un ibrido tra pezzi vecchi e nuovi) e dieci anni più tardi con Hitchhiker. Torna ad accadere oggi con Homegrown, disco inciso tra il giugno 1974 e il gennaio 1975 un po’ nel suo ranch (il celebre Broken Arrow), poi a Nashville, Los Angeles  e perfino Londra. 

Le sessioni per il capolavoro On The Beach, programmato per luglio, si erano concluse in aprile, ma musica e canzoni fluivano con l’anarchica generosità di un torrente selvatico. Una dozzina di quei pezzi avrebbero dovuto costituire appunto Homegrown, il nuovo capitolo discografico, che però venne accantonato a vantaggio dell’epocale Tonight’s The Night, pubblicato a giungo del ‘75 ma inciso addirittura nell’estate del ‘73. Si trattò di una chiusura perfetta – e nerissima – per la succitata trilogia, un esorcismo che mise a tacere demoni e spettri mettendoli a disposizione di un pubblico ormai consolidato, che lo sarebbe stato ancora di più in coincidenza di Zuma, dato alle stampe cinque mesi più tardi.

E cosa ne fu quindi di Homegrown? Stando alla ricostruzione ufficiale, Young preferì lasciarlo nel fatidico cassetto perché “troppo personale”, intriso cioè del malanimo e dei rancori che grondano da ogni crisi sentimentale che si rispetti. Non si fatica a credere che sia andata davvero così, anche se i dischi coevi citati non fanno certo economia di aspetti intimi, di ferite scoperte anche più dolorose. Ma non staremo certo a preoccuparci della coerenza di Neil Young, autore di scelte ben più capricciose e inspiegabili (vedi il veto alla pubblicazione in CD di On The Beach, superato solo nel 2001 dopo anni di suppliche e petizioni online).

Godiamo quindi oggi di questa uscita clamorosa perché, al di là del sapore pressoché intatto di quel sound (quello spirito, quella dimensione) che rimanda senza se e senza ma al periodo aureo del canadese, può contare sull’additivo delle ipotesi, una bella iniezione di “as if”. Pensateci: un Homegrown pubblicato nell’estate del ‘75 avrebbe interrotto la famosa trilogia, ritardato (o forse addirittura annullato) l’uscita di Tonight’s The Night, fatto slittare o barcollare tutto il resto, compresi i balbettamenti soft di Long May You Run e il caos sfrangiato di American Stars’n Bar. Insomma, lo Young da metà anni Settanta in avanti avrebbe potuto svilupparsi in modo assai diverso, l’effetto butterfly chissà dove lo avrebbe portato. 

Detto questo, il punto è che lo si può sostenere perché ne aveva la forza. Si tratta di un disco potente, non meravigliosamente abbacinato in un dolore lattiginoso come On The Beach o febbricitante e dissestato come Time Fades Away, ma perfettamente in bilico tra dimensione acustica ed elettricità come se non fosse possibile tracciare una linea di demarcazione tra di esse, ma anzi componessero uno stesso profilo, la modulazione di una voce soggetta a imprevedibili variazioni di temperatura e (quindi) di fusione. Non si può paragonare tuttavia al lirismo ipnotico di After The Gold Rush, né al turgore levigato di Harvest: in Homegrown si consuma lo spettacolo d’arte varia di un’anima sfocata che ha recuperato in qualche modo un centro di gravità a cui aggrapparsi, anche se non è chiaro quanto sia solido.

L’inizio, va detto, è spettacolare: Separate Ways e Try, incise nel dicembre del ‘74 con Levon Helm (Levon Helm!) alla batteria, sono la prima una Out On The Weekend che si aggira nel luccicare di pedal steel col cuore appesantito da un’amarezza senza sbocco che non rinuncia alla morbidezza consolatoria né all’elasticità di cartucce giovani ancora da sparare, mentre la seconda è una ballatina acustica ingentilita folk con un piede in Comes A Time (i coretti di Emmylou Harris e la pedal steel cremosa di Ben Keith nel ritornello). Davvero bellle, anche perché in entrambe si avverte quel senso di luogo amniotico e legnoso che significa assieme collasso nell’intimo e apertura spaziale Seventies, l’accartocciarsi e l’oltrepassare, ovvero il cuore della contraddizione che rese grande quello Young e gran parte del successivo.

Il resto svaria fornendo buone versioni delle diverse sfaccettature di cui lo sappiamo capace, dal cartiglio malfermo di Mexico – solo piano e voce per vaghezze melodiche che oscillano tra incertezza e obliquità jazzy, tipo una Love In Mind sul punto di sprecare la magia ma comunque magica – alla sferragliante Vacancy – una Time Fades Away però ben piantata al suolo, l’intreccio di chitarra, lap steel e wurlitzer ha la consistenza incandescente e speziata folk del periodo CSNY – passando da una title track (già nota come traccia finale di American Stars ‘n Bars in versione più fracassona) che confeziona country rock intriso di fluidi orgogliosi e ironici, mentre chitarre e basso si fiutano e s’incastrano con la tipica grana del live in studio.

L’episodio più interlocutorio è il bluesaccio da bettola di We Don’t Smoke It No More, che comunque si fa ascoltare: l’armonica a pettinare la sbronza (o i postumi della), il piano che zampilla spumoso, due chitarre diversamente affilate e le voci che ciondolano, ma soprattutto quel basso così in primo piano da sembrare assieme caricaturale e sbruffone, una Walk On insomma rimasta incagliata nel fango di Speakin’ Out, però senza quel tormentato peso specifico. L’episodio più curioso è invece Florida, un parlato con rumori concreti di accompagnamento (cigolii e stridori provocati – pare – da un bicchiere di vino) nel quale Neil racconta una vicenda di quotidiana follia in una città floridense (Miami?), tipo un aliante che va a sbattere su un grattacielo e cadendo uccide una coppia, insomma un siparietto arty vagamente surreale e caustico. 

Detto di una Love Is a Rose (nota per l’inclusione nella scaletta del live Songs For Judy) che snocciola stomp acustico e baldanzoso, un’armonica in direzione Old Ways e strascichi di ruvidità primitiva Harvest (più la voce di Neil insolitamente levigata), altre due gemme – non trovo altri termini – sono senz’altro Kansas – malinconia a mezza voce e chitarra acustica ventrale, una The Needle And The Damage Done finita dalle parti di Ambulance Blues e della Powderfinger acustica sentita in Hitchhiker – e White Line, anch’essa in Songs For Judy in una scarna versione live nonché assai ruspante in Ragged Glory, qui invece nella ben più assorta e a fuoco incisione dei Ramport Studios di Londra in duetto con Robbie Robertson: il leader della Band concede un bellissimo fraseggio di acustica (articolato ma genuino, quei pezzi di bravura senza barocchismo che gli venivano così bene) in grado di schiudere scenari bucolici senza retorica country, mentre al resto pensa Neil con l’armonica cristallina e soprattutto quella contraddizione di voce, assieme ferma eppure sul punto di spezzarsi, per una ballad da Comes A Time col cuore lasciato a raggrinzire nella penombra. Chiudono le note Little Wing (uno dei pezzi forti di Hawks & Doves) – bella nella sua versione basale, uno di quei quadretti appesi in uno spazio indefinito e in una luce senza tempo, come una Love In Mind coi nervi più distesi – e Star of Bethlehem (sta nel mezzo di American Stars ‘n Bars), pezzo country folk più che dignitoso che incede a fari bassi tra i ghirigori languidi e rassicuranti di dobro, ancora la Harris ai cori, il senso di collasso nel rurale come risposta all’espansione nevrotica del progresso.

Lasciando da parte le disquisizioni sul senso di operazioni del genere, un discorso che ci porterebbe assai lontano, e messi nel cassetto (magari nello stesso cassetto di cui sopra) i dubbi riguardo alle spiegazioni e alla loro veridicità (sarà stato realmente questo il disco che Neil aveva in mente? Oppure quello che stiamo ascoltando è una sua versione ripensata nel presente? Una sorta di passato alternativo, riscritto, idealizzato?), quello che esce oggi, anno 2020, è un gran bel disco di Neil Young, che se non ha la forza di appiccare incendi però aggiunge un bel po’ di legna aromatica al fuoco. Se vi pare poco.

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