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6.7

Il 2016 è stato un anno funesto. Abbiamo visto portarci via, inermi, coloro che reputavamo “immortali”, certezze talmente indissolubili che solo il pensiero che non siano più tra noi apre un vuoto incolmabile. Viene quindi da chiedersi cosa sarà di noi quando i nostri cari “dinosauri” saranno definitivamente estinti. È pur vero che potremo sempre far ricorso alle collezioni di dischi o alle playlist digitali, per certi versi teche che ne custodiranno in eterno la preziosa essenza. Ma chi ci racconterà la realtà delle cose, così come solo loro sapevano magistralmente fare? Tutto evolve, tutto va avanti a ritmo forsennato. Dovremo farci l’abitudine. Convivere con l’assenza, con il vuoto. Ed è forse proprio per questo che un nuovo, ennesimo, album di Neil Young lo si riesce a vivere a cuor leggero. Un lavoro che attutisce il dolore causato da chi ci ha abbandonato prematuramente e che, nella sua essenza squisitamente politica, stimola riflessioni su ciò che ci accade intorno.

Battagliero e sognatore Young lo è sempre stato, e il suo trentasettesimo(!) album in studio (sesto in cinque anni), Peace Trail, registrato in soli quattro giorni assieme ai session men Jim Keltner e Paul Bushnell, ce lo ricorda. L’orso ferito – dopo la doppietta The Monsanto Years (invettiva contro lo strapotere capitalista dell’omonima multinazionale di biotecnologie agrarie) e Earth (live album registrato per la causa ecologista) – ha ancora la forza di tirare fuori gli artigli, di battersi (quantomeno di provarci) per cambiare le cose. Neil Young in questa nuova avventura accantona quasi del tutto i temi dell’amore e le paturnie emotive (ferme a Storytone), sfoggiando quella vena riottosa che a sprazzi ha caratterizzato la sua carriera. La politica e l’attivismo rappresentano infatti gli epicentri di Peace Trail, un disco che se da un punto di vista sonoro ci restituisce un Neil Young lo-fi ed essenziale (nonostante l’avventura in territori auto-tunnati di My Pledge) ma non per questo meno caustico del solito (siamo dalle parti di A Letter Home, inciso in presa diretta in una cabina di registrazione degli anni ’40), nei testi è permeato dall’attivismo e dalla contestazione, disullusa ma non per questo inefficace. Dalla battaglia (vinta!) portata avanti al fianco dei nativi americani del North Dakota contro la costruzione di un oleodotto che avrebbe potuto danneggiare le loro riserve della traccia elettroacustica che dà il nome all’album e del blues mantrico di Indian Givers, alla critica all’e-commerce del fanalino di coda My New Robot, al baldanzoso folk-blues ecologista di John Oaks, Young mette da parte la prima persona – con l’unica eccezione costituita dalla personale Can’t Stop Working, con la quale il cantautore canadese spiega perché non può proprio fare a meno della musica – abbracciando il “noi” collettivo.

Non ci sono veri e propri inni (ricordate le vecchie Ohio e Rockin In The Free World?), e forse è questa l’unica nota dolente di un album più che dignitoso, scritto da chi ha ancora la forza di lottare. Nonostante le 71 primavere trascorse.

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