Recensioni

Un motore ecologico, un lettore digitale per la musica ad alta risoluzione (Pono), due libri autobiografici, sette live storici e, last but not least, dodici (12) album in studio: questo il bilancio di quanto prodotto dopo il 2000 da uno che già all’altezza del ’79 aveva scritto la sua fetta importante di storia del rock e che tra l’89 e il ’95 si era anche permesso il lusso di un revamp sia artistico che di consensi e seguito. Se il music business sconsiglia le lunghe assenze dal mercato (pena, il rischio dell’oblio presso il pubblico), Neil Young, che di rischi in carriera ne ha corsi tanti, di certo non corre questo – benché tra lui e il mercato non corrano buoni rapporti: il Nostro se ne frega e il mercato risponde con le 40.000 copie scarse vendute negli USA dell’ultimo The Monsanto Years.
Non sono quindi ragioni strettamente commerciali quelle che spingono il canadese a pubblicare un nuovo live “normale” dopo tanti anni (anche perché tanto normale non lo è), e non è neanche, o non solo, la voglia di testimoniare la resa live col nuovo gruppo: la scaletta segue infatti il tema conduttore di canzoni che parlano del suo rapporto col pianeta Terra, ma la novità, il nuovo azzardo dell’autore, consiste nell’aggiunta, oltre che di qualche sovraincisione dei cori (era già successo a CSN&Y per il live di Woodstock, ma lì per problemi tecnici), anche di rumori vari presi dalla natura, tra gabbiani, insetti e altro, dilatando i finali delle canzoni e gli intervalli tra l’una e l’altra e rendendo straniante l’ascolto (un po’ come l’apparizione sul palco del maestro zen nel tour 2004 di Lou Reed).
Chiaramente, pur essendo Young un fricchettone (al punto da andare a ripescare Hippie Dream dal vituperato Landing On Water), non scrive uno di quei terrificanti dischi new age fatti di musichetta soporifera con due cinguettii e un po’ d’acqua a ricreare una armonia con la natura da cartolina: come già era chiaro dal disco in studio, i Promise of the Real non suonano molto dissimili dai Crazy Horse, e infatti la scaletta sferraglia elettrica come nel tour di tre anni fa, continuando a pescare da quel Ragged Glory (Mother Earth, appunto, poi Country Home e una Love And Only Love che supera i 20 minuti) con cui vanno d’accordo sia il gruppo, sia alcune canzoni dell’ultimo album (nonché l’inedita Seed Justice), anche se il tema impone qualche momento di requie come il capolavoro After The Gold Rush, l’intensa Wolf Moon, la serenità di Human Highway e Western Hero (ma anche Vampire Blues e The Monsanto Years, che rallentano la galoppata su tempi medi pesanti).
Una bizzarria, insomma, ma perfettamente in linea con quello che l’autore fa da sempre, come consueto è il fuoco che anima le belle esecuzioni dei brani.
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