• Giu
    29
    2015

Album

Reprise

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Neanche li contiamo più gli album di Neil Young, ché ormai la sua produzione è un continuum, lo sfornare dischi uno stato del suo essere musicista (si converrà che in quest’ultimo assunto non c’è poi molto di strano). Sembra vivere la senilità artistica con una sorta di ansia battagliera che relega sullo sfondo, appunto, la senilità, fregandosene – può permetterselo – di quello che artisticamente possa significare, ovvero alternando con cordiale mancanza di garbo un lavoro orchestrale ad uno errebì o country-folk, oppure all’insegna dell’elettricità più brusca e inacidita.

Gli ultimi due decenni del vecchio Neil sono stati, discograficamente, un caleidoscopio di stili sulla falsariga dei tre precedenti, di cui però ha messo in scena il riflesso frenetico e sbiadito, oserei dire seriale, con pochi momenti davvero intensi (su tutti, il colpo di coda lisergico Psychedelic Pill). La differenza rispetto ad altri dinosauri rock è che in lui sopravvive un forte senso dell’estemporaneità che lo rende immune dalla tentazione – spesso deleteria – di “attualizzarsi”, prediligendo un “perpetuarsi” che nel suo caso significa svariare, svariare sempre, aggirarsi nel presente come il fantasma di un passato indomito. Con la sua ruspante, grossolana, lucida genuinità.

Nella fattispecie, il vecchio para-ecologista mette nel mirino multinazionali come Monsanto e Starbucks sbraitando nove canzoni ruvide in compagnia dei The Promise Of The Real, band di Lukas Nelson (figlio di Willie), e imbarcando per l’occasione anche il fratello Micah. Risultato: un album che potremmo collocare in posizione mediana tra Ragged Glory e Old Ways, senza l’incisività abrasiva del primo né (graziaddio) il blando tradizionalismo del secondo. Per certi versi, e al netto dello sfarfallio percussivo che fa tanto freak-sound 70s, l’aria da live-in-studio lo avvicina al Mirrorball coi Pearl Jam. Con una differenza fondamentale: Neil sembra non credere più fino in fondo ai superpoteri del suo songwriting. E’ schiacciato sul messaggio. Ogni sua canzone sembra un pretesto. Il frutto dell’ansia di dover dire.

Manca, cioè, quella quota di lirismo astratto, astruso, insensato e inopinato che rendeva alieni i contorni e la sostanza di molte sue canzoni. Qualche barbaglio s’avverte nella indolenzita Wolf Moon (che non avrebbe sfigurato in Harvest Moon) o nella conclusiva If I Don’t Know (con le sue particelle Dear Prudence in una trama trepida e flemmatica da ballad 70s), ma il resto sono esercizi fieri e fracassoni, pochi oltre la soglia del mestiere (i migliori, a mio parere, la ruspante Workin’ Man – qualcosa dell’elettricità sgangherata di Time Fades Away – e Big Box col suo respiro epico e rugginoso).

Dovendo tirare le somme – certi che si tratta di un bilancio provvisorio – diremmo che abbiamo in mano un disco dignitoso, che però rafforza la sensazione di un Neil sfilacciato verso un fine carriera prosaico, un verboso monumento a se stesso, per quanto si ostini a rivolgere i suoi strali verso criticità esterne. Non che questo riesca ad intaccare minimamente la mia adorazione per lui, però confesso che mi manca lo Young sottile ed enigmatico, quello degli acquarelli teneri e agghiaccianti, indecifrabili come una vibrazione nascosta tra pensieri mai affiorati.

3 Luglio 2015
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