Recensioni

6.8

Cosa dire di un EP acustico in solitario di Neil Young, registrato live a casa propria (con inevitabile effetto lo-fi) in occasione del Porch Episode, ultimo capitolo delle ben note Fireside Sessions? Sette le tracce, di cui sei pescate dal suo oceanico repertorio e una (celeberrima) da quello di Dylan: ripeto, cosa dire? Innanzitutto questo: si tratta quasi esclusivamente di una selezione politica. Fortemente politica. I tempi a cui Neil rivolge la sua combattività tremolante, la sua fierezza da front porch isolato (isolazionista?), sono quelli che si consumano nell’imminenza delle elezioni presidenziali, e sappiamo bene da quale parte sia schierato il canadese (che ha da poco preso la cittadinanza statunitenze proprio per votare contro Trump). Sono tempi complessi, percepiti sempre più come decisivi (mentre scrivevo queste righe, Bernie Saunders ha twittato “This election is not just about Democrat vs. Republican. It is about democracy vs. authoritarianism”; gli ha risposto addirittura Robyn Hitchcock con un lapidario “It’s about life rather than death, Bernie”).

Ecco quindi che il qui presente EP sembra assumersi un compito ben preciso, uno scopo. Da Alabama a Southern Man si percepisce un filo teso a cui stanno appesi gli spettri del razzismo profondo assieme a neanche troppo vaghi mostriciattoli suprematisti, nonché ciò che resta del caro vecchio imperialismo nella pancia buia d’America alle prese con l’indigestione cronica di iper-sovranismo e fake news. The Campaigner (già in Decade, poi ripescata per Hitchhicker) e Ohio prendono di mira da angolazioni diverse Nixon, emblema di quel complesso militare/industriale imperniato su un consenso catodico intrinsecamente menzognero e oppressivo, mentre la cover di The Times They Are A-Changin e quella Looking For A Leader dal testo “aggiornato” alla situazione del 2020 (“America has a leader building walls around our house. He don’t know Black Lives Matter/ And we got to vote him out”) tentano di tenere accesa la fiammella della speranza (riesumando vecchie utopie stanche, d’accordo, ma non senza quel po’ di indomita tenacia).

Certe prese di posizione del caro vecchio Loner ormai le conosciamo, sono spesso dirette in maniera disarmante, sempre sul punto di inciampare nella retorica da tre soldi e musicalmente parlando più impeto che intuizione (molto impeto, poca intuizione), anche se talvolta riescono a salvarsi in corner a forza di astrazioni sconcertanti e depistaggi onirici. Tutto ciò lo conosciamo ormai bene, tanto che non sappiamo più cosa dirne. A parte forse un’altra, ultima cosa: se c’è una vibrazione implicita in questi messaggi così scoperti, è quella di cui è intrisa la conclusiva Little Wing (di cui abbiamo apprezzato recentemente la bellissima versione di Homegrown).

Questa piccola, incantevole e ipnotica ballata di amore perduto (sempre che sia lecito interpretare una canzone come questa) sembra accartocciarsi attorno alla fragilità dei margini per spremerne la forza, rifiutare l’algebra della prevaricazione ed accogliere il coraggio del sentimento, quasi si ponesse l’obiettivo di indicare il fantasma della sconfitta mettendo in scena un monito tanto più significativo quanto più elusivo, indistinto. Dopo circa due minuti la canzone si è dissolta, Neil sembra uscire di scena ma una voce femminile (da dove?) lo esorta a rimanere, e lui lo fa, riprende a macinare accordi in minore tra pagliuzze di malinconia, in quello che diresti il crepuscolo definitivo di un’estate tanto strana quanto cruciale. È un momento bellissimo, ed è puro Neil Young. Quello che comunque, sempre, amiamo.

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