Recensioni

6.3

Chiamatela collaborazione o supergruppo, se vi piace. Potremmo piuttosto chiamarlo sodalizio, vista la comunanza di intenti e la naturale affinità tra le tre artiste coinvolte, o magari sposalizio, considerata la devozione con cui questo trio si è adoperato nel creare un album fortemente ragionato, frutto di una conoscenza artistica avviata già nel 2013 quando k.d. lang e Neko Case parteciparono alla registrazione di Warp and Weft, nono disco di Laura Veirs. Chiamiamolo simpaticamente “spodalizio” e siamo tutti contenti. Le tre musiciste, i cui cognomi formano il titolo dell’album case/lang/veirs – come una rievocazione dei supergruppi anni Settanta, Emerson, Lake & Palmer, o Crosby, Still, Nash & Young – sono rinomate già dagli anni Novanta nell’americana, nel country e nell’indie-folk, che negli States rimangono a tutt’oggi generi di grande successo. Considerata l’esperienza di ognuna di loro e le tre forti personalità – peraltro spalleggiate dal produttore e marito della Veirs, Tucker Martine, e da una band di tutto rispetto – non poteva che risultarne un disco qualitativamente impeccabile, negli arrangiamenti quanto nella ricchezza melodica e strumentale, anche se non mancano affievolimenti creativi dovuti a un eccesso di saccarosio, metafora neanche troppo acuta per dire sentimentalismo spinto.

Le tematiche, scritte con quella delicatezza spiccatamente femminile, si misurano con la condizione dell’artista al giorno d’oggi, e in particolare dell’essere un’artista donna, come nel caso del singolo Atomic Number, accompagnato anche dal videoclip (non per niente è la traccia meglio riuscita dell’album): «I’m not the freckled maid / I’m not the fair-haired girl / I’m not a pail of milk for you to spoil». Lo stesso tema anche in I Want to Be Here, ma più languidamente accorato – il saccarosio nominato prima è presente, anche musicalmente, in alcuni passaggi di Honey and Smoke o Blue Fires o Why Do We Fight, nei coretti di sottofondo, nel ritmo jazzistico, nello stile canoro d’altri tempi à la Trio, trio (manco a dirlo…) femminile degli anni Ottanta a cui infatti le Nostre vengono spesso paragonate.

Ma quando riescono a smarcarsi da questa stucchevole sensiblerie, rimane un’equilibrata e garbata dolcezza, leggiadria d’esecuzione, come in alcuni mirabili brani (Atomic Number, Behind the Harmony, Down, o Delirium) che affermano la bravura delle tre compositrici, nell’equilibrio delle tre voci sovrapposte, negli archi, nella profondità del violoncello e negli arpeggi, che mostrano una buona carica emotiva senza però far venire il diabete.

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