Recensioni

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Dopo il botto di Loose nel 2006 al fianco di (o forse spinta da) Timbaland, la carriera di Nelly Furtado si è arenata senza speranza; in ordine abbiamo infatti avuto Mi plan, improponibile album interamente in lingua spagnola su cui forse è meglio tacere, e un quinto disco (The Spirit Indestructible) di cui non si è accorto praticamente nessuno. Sono seguiti cinque anni di assoluto silenzio in cui probabilmente neanche sua madre sapeva di preciso che fine avesse fatto, ed ora arriva questo The Ride, che prevedibilmente, date le premesse, in pochissimi hanno calcolato. Ed è un peccato, perché il disco invece merita, e scavando un po’ più in profondità nel background si poteva intuire che una dignitosa ripresa fosse dietro l’angolo.

Abbandonata Interscope, Nelly è diventata indie per davvero, e The Ride esce sulla sua etichetta (la Nelstar). Come ampiamente comprovato nel suo percorso poi, la Furtado senza un bravo producer alle spalle non è che sia proprio questo fenomeno. Ecco allora che questa volta in cabina di regia si siede John Congleton (il nome dietro al suono di St. Vincent, giusto per dirne una), e i risultati si sentono subito. Aggiungiamo al tutto anche un bel taglio di capelli netto e cattivo e una nuova aria da MILF fresca e intrigante, ed ecco che questo album diventa spendibile tra le positive sorprese dell’anno.

Il pastiche sonoro confezionato da Congleton – il disco di fatto è praticamente un progetto collaborativo tra i due – è semplicemente perfetto per lei: una fresca miscela di electro-pop in HD che flirta spesso con l’hip hop e l’r&b, insomma una roba che suona molto 2015 ma funziona ancora alla grande perché nella sua pre-confezionatura è fatta da Dio. C’è anche spazio per pezzoni di livello davvero elevato che fanno alzare ancor più il già inarcato sopracciglio, come il primo singolo Pipe Dreams: una ballata r&b vagamente à la primo Frank Ocean che in coda sfocia in una cavalcata gospel con tanto di coretti e organetti. La voce è un pochino troppo robotica per convincere appieno, quasi spearsiana in questo senso, e la sensazione generale è che il disco, più che fatto da lei, sia stato fatto PER lei. Non che questo sia in definitiva un problema quando parliamo di un album che può ammantarsi di indie-rinascita quanto si vuole, ma resta un prodotto radicalmente pop. In fin dei conti, però, qui c’è tutto, i pezzi ci sono e le melodie prendono bene, la produzione è super e la macchina viaggia (di nuovo) a tutta velocità.

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