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7.1

Premessa di correttezza: il sottoscritto è innamorato di Neneh Cherry. Non sarà il miglior modo di iniziare una recensione, ma è comunque un avviso doveroso. Neneh Cherry è innanzitutto l’autrice di uno dei dischi più belli degli ultimi dieci anni, quel Blank Project che apriva la collaborazione con Four Tet e spalancava una finestra di visibilità nuova sull’artista svedese, diciotto anni dopo l’ultimo album a suo nome (esclusa l’esperienza con The Thing). È poi una donna dalla presenza scenica indicibile dal vivo, in cui l’energia incontra la profondità di una voce vicina ai grandi e alle grandi del soul e la rilassatezza del jazz (forse per la parentela con Don Cherry). Infine, è una persona che parla quando ha qualcosa da dire, come dimostra la parca produzione, e ha avuto il coraggio di cambiare spesso pelle: se si ascoltano il suo esordio Raw Like Sushi e questo, pare di avere a che fare con due artiste diverse. Ok, son passati ventinove anni, c’è una vita in mezzo, ma è comunque un fattore importante.

Partiamo da un dato piuttosto evidente, ma che il tempo confermerà o smentirà, nel caso: questo disco non è ai livelli del precedente. Se Blank Project era ruvido e minimale, asciugava tutto ed esaltava così ogni singolo elemento, in particolare la voce, che grazie al missaggio usciva letteralmente dalle casse, Broken Politics lavora in amalgama e costruzione risultando un filo meno incisivo. A far sentire la sua mancanza è poi la componente live e rock tout court (in precedenza affidata al duo synth/batteria RocketNumberNine). Il suono si è fatto di conseguenza più elettronico, se non elettroacustico, data la presenza di una tessitura fatta di arpe, kora, flauti e inserti sintetici a creare una sorta di magma tribale/spirituale, che si incattivisce nei pezzi più incisivi (vedi Natural Skin Deep, con tanto di sirena rave). Inutile parlare dell’impegno politico nei testi, deducibile anche dal titolo del disco: aborto, immigrazione, malattia (Deep Vein Thrombosis) e libertà sono evidenti. L’aspetto interessante è semmai dettato dai contrasti tra quelli e gli arrangiamenti, spesso scollegati tra loro eppure così naturali all’ascolto.

Sembra di percepirla, Neneh Cherry, sognare di un mondo nuovo mentre qualcuno le costruisce attorno la colonna sonora perfetta, un risultato che a leggere le interviste è stato frutto di un lavoro di squadra che ha coinvolto in primis il marito Cameron McVey (con il quale ha imbastito i demo) e poi Four Tet che, ricevuti i file, ha avuto campo libero per arricchire e produrre i brani. Un ménage evidente in Slow Release, in cui il suono tribale viene riempito da suoni sintetici e fiati discreti. È questo forse uno dei segreti della Cherry e dei suoi compagni: parlare di temi concreti ma lasciare che il mistero abiti la musica prodotta, far sì che la soggettività aleggi sopra le canzoni.

I brani viaggiano tra l’omaggio al passato di Kong, che praticamente è una nuova Karmacoma (e infatti vede la partecipazione di 3D dei Massive Attack), incentrata sugli immigrati, fino alla bellezza degli episodi iniziali e finali: Fallen Angels, un groove elettronico perfetto che viene ingentilito dal piano e dal canto della Cherry, e Soldier, un r’n’b/gospel in cui si percepisce la totale mancanza di solitudine che occorrerebbe avere per andare avanti, per fare qualcosa in questo mondo («Gotta make something for / Something, something, something, some»). Il minimalismo di Blank Project torna in Deep Vein Thrombosis, mentre il trittico Faster Than The Truth – Natural Skin Deep – Shot Gun Shack (quest’ultima sul tema delle armi) sviscera le anime ritmiche della Cherry e del suo sodale Four Tet: il downtempo emozionale della prima, la sperimentazione frastagliata della seconda (tra i brani più interessanti: bassi profondi, suoni marini, pause jazz e ripartenze) e il rallentamento quasi da club dell’ultima. Ma ci sarebbe da dire di tutta la tracklist, e non perché chi ne scrive è innamorato di Neneh Cherry. È solo che, ascoltandola, anche stavolta è lei che vi ruba il cuore. Fidatevi.

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